Recensioni

| No. | Title | Length |
|---|---|---|
| 1. | “Sad Vacation” | 4:28 |
| 2. | “The Autumn Carnival” | 4:01 |
| 3. | “Enjoy Yourself” | 3:01 |
| 4. | “Alternative Power to the Peolple” | 2:47 |
| 5. | “Well They’re Gone” | 4:16 |
| 6 | “Rest Your Head” | 4:15 |
| 7. | “16 Tons” | 2:08 |
| 8. | “I Am Free” | 4:07 |
| 9. | “SETI vs the Wow! Signal” | 3:18 |
| 10. | “Don’t Shoot She Cried” | 5:53 |
| 11. | “Slide” | 5:01 |
Ad aprile è uscito l’ottavo (l’ottavo? di già? devo averne persi qualcuno per la strada)disco degli americani Dandy Warhols. Dopo tre anni eccoli di nuovo qui. Negli anni, ormai suonano dal 1994, sono riusciti a perdere un solo membro del gruppo, Eric Hedford. La prima traccia Sad Vacation promette bene tra melodia e chitarre. The autumn Carnival sembra dare una spinta in avanti al disco e al gruppo. è di quelle classiche canzoni che ti viene da ascoltare e riascoltare con una chitarra a dare carica al tutto. Enjoy Yourself sembra che faccia parte di un Rocky Horro Picture Show dei giorni nostri con la voce che ricorda quella di Tim Curry e i cori che sembrano presi passo passo da Time Warp, insomma il risultato non è male. Alternative Power to the People è una pausa di due minuti in cui si sperimenta e basta. Well They’re Gone è il momento tranquillo dopo la sperimentazione, sembra quasi una pausa di riflessione su quello che c’è appena stato. Anche Rest Your Head fa tra la ballata, il pezzo lento e il momento tranquillo in mezzo al disco. Il tutto per tornare a 16 Tons e alla non tranquillità. I Am Free è l’altro brano molto singolo e molto “ho voglia di risentirlo”. Invece “SETI vs the WOW! Signal già dal titolo ci potevo arrivare che non sarebbe stato un brano semplice e banale. Si chiude in sottotono con SLide, nè pezzo singolone nè megaballatona, tutto rimane detto e non detto per finire un po’ come il resto del disco: carino, ma per nulla necessario.

| No. | Title | Length |
|---|---|---|
| 1. | “In Time To Voices” | 3:44 |
| 2. | “Lost Kids” | 3:44 |
| 3. | “Cold” | 3:32 |
| 4. | “Two Dead MInutes” | 3:41 |
| 5. | “The Silence and the Drones” | 4:30 |
| 6 | “Night Light” | 2:56 |
| 7. | “Je Me Perds” | 1:28 |
| 8. | “Stop Kicking” | 3:11 |
| 9. | “Slip Into Blue” | 4:14 |
| 10. | “Down Here in the Dark” | 3:22 |
| 11. | “7 Years” | 4:48 |
Lo so benissimo che il disco è uscito il 26 marzo, ma avevo bisogno di tempo per ascoltarlo, adorarlo, smettere di sentirlo sei volte di seguito al giorno, prendermi una pausa e vedere se dopo lo avrei amato ancora o se lo avrei trovato banale (cosa che spesso mi succede con i colpi di fulmine). Piccola premessa: se i due dischi precedenti, Fire Like This e Box Of Secrets, non vi sono piaciuti, è inutile che andiate avanti a leggere sperando in una svolta radicale del gruppo made in Britain. Sono cambiate delle cose, i suoni sono più maturi, ma siamo sempre attorno al loro tipico genere. I Blood Red Shoes subito si sono fatti amare con il singolo Cold, con tanto di video girato a Parigi nei giorni più gelidi dell’inverno appena passato. Cold è simile a molte delle loro canzoni, bella, ma non sono lì le novità di questo terzo album. Altre canzoni sono sullo stesso registro, come la prima traccia che dà il titolo al disco, In Time To Voices, o come Lost Kids, Je me Perds o Stop Kicking. Ci sono tre brani che mi fanno amare questo album più degli altri. Prima fra tutte Two Dead Minutes, questa non è molto diversa, ma sarà il testo “Look at the clock / Keep watching til it stops/ Time is still/ Nothing here is real/ In our past lives/ Eating up inside/ The weight you hold/ when you left behind”, sarà la musica che ti avvolge e ti porta per quei tre minuti in un mondo che un po’ non ti aspetti. Night Light è il loro pezzo lento di questo disco e devo dire che gli è venuto molto bene. Infine il grande amore numero due di questo album, Slip Into Blue, ecco questa riesce a essere un pezzo diverso da come ci hanno abituati, mache riescono a mantenere bellissimo. Sarà che ogni tanto assomiglia a un pezzo dei Devics, nel ritornello soprattutto. L’ultimo brano, 7 Years chiude un ottimo terzo disco mantenendo l’alto livello che si sente sin dall’inizio senza che crolli tutto all’ottava canzone. Adesso ho solo da sperare nell’autunno e in un oro concerto in Italia.

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Se siete di quelli che storcono il naso per ogni reunion questa volta possiamo darvi una gioia: esemplificando tutto quello che sarà scritto nei prossimi paragrafi possiamo dire che quello dei Garbage non è un disco che serve da appoggio per girare nuovamente in una tournée -e fare soldi- ma un validissimo lavoro che li riporta sulle scene riprendendo e a tratti rinfrescando il loro modo di fare musica.
L’album è stato progettato per emulare o richiamare un certo periodo, la band ai primi due dischi che -detto intra nos- erano stati quelli di maggior splendore della band d’oltreoceano: Control – che credo sia la migliore canzone del disco – ha un atmosfera anni ’90 con chitarra che ricorda la band nelle precedenti b-sides. Big World Bright, ricorda V2.0. Quello che più importa è che la band, dopo il loro hiatus, si è lasciata alle spalle onorevolmente un album decisamente deludente (beautifulgarbage) e un tentativo così così (Bleed Like Me) superandolo ora con quello che non è per nulla un brutto disco, ma un ritorno alle radici. Sonoramente molto robusto e furbo nei richiami terribilmente catchy alle melodie proprie della band.
Diciassette anni dopo i loro inizi c’è meno tensione al futuristico e più consolidamento, con tracce “strane” pensandole cucite addosso ai Garbage, come Not Your Kind Of People, lenta, sognante e cinematografica come mai era uscita da loro sinora. Forse la canzone che (a metà!) rallenta un po’ quello che finalmente è il loro disco più completo e rotondo, senza “scalini” tra canzoni che sembrano più far parte di una compilation. E questo è un altro grossissimo punto a favore nella discografia odierna. In tutto questo a fare da collante la solita carismatica Shirley Manson che non scalfita dal tempo che passa seduce e dolcifica le note scritte.
Se molte band si fermassero sette anni per poi tornare così… beh, dove si mette la firma?

| No. | Title | Length | ||
|---|---|---|---|---|
| 1. | “Bubblegum Bitch” | 2:34 | ||
| 2. | “Primadonna” | 3:41 | ||
| 3. | “Lies” | 3:46 | ||
| 4. | “Homewrecker” | 3:22 | ||
| 5. | “Starring Role” | 3:27 | ||
| 6. | “The State of Dreaming” | 3:36 | ||
| 7. | “Power & Control” | 3:46 | ||
| 8. | “Living Dead” | 4:04 | ||
| 9. | “Teen Idle” | 4:14 | ||
| 10. | “Valley of the Dolls” | 4:13 | ||
| 11. | “Hypocrates” | 4:01 | ||
| 12. | “Fear and Loathing” | 6:07 | ||
|
Total length:
|
46:51 | |||
A volte forzando troppo un ruolo ci si resta dentro: Marina Diamantis ha passato buon tempo foraggiando la stampa inglese -che in quelle giornate non aveva nulla da pubblicare sui Gallagher- della sua frustrazione di non essere abbastanza famosa. E quindi?
Quindi esorcizziamo i fantasmi. Marina se ne esce dicendo: ”Electra Heart is the antithesis of everything that I stand for. And the point of introducing her and building a whole concept around her is that she stands for the corrupt side of American ideology, and basically that’s the corruption of yourself. My worst fear—that’s anyone’s worst fear—is losing myself and becoming a vacuous person. And that happens a lot when you’re very ambitious.” Quindi sì, continua l’analisi su se stessa ma non così genuina come in The Family Jewels: ora fa analisi una casalinga venticinquenne americana schiava della tv via cavo, tipo figlia di Joan Crawford con lo stesso verduraio di Betty Draper e l’ammoniaca di Marylin. Troppa carne al fuoco, e non proprio un’idea originale.
Esiste poi una cosa chiamata tempismo: questo album doveva uscire molti mesi fa, anche secondo quanto confermato sui social network dalla cantante stessa. E nel frattempo usciva e metteva la freccia sullo stesso terreno di gioco -anche se si potrebbe ad ambire al campionato delle Kate Bush o delle Florence Welch- una certa Lana del Rey.
Lo diciamo, la cosa del campionato, anche perché sebbene si parli di noie alle corde vocali la voce della gallese di origini greche è assolutamente stupefacente nelle performance acustiche delle tracce del disco, che risultano trasfigurate e almeno con la dignità del buon canto. Perché proprio lì si aggrappa tutto il disco.
Risultato? Album evitabile in un mese dove la discografia sta letteralmente vomitando pezzi da novanta imperdibili ma ottimo dischetto da tenere quando sarete sulla sabbia. Anche se per desiderio di leggerezza potrebbe piacere a molti che non conoscono la discografia precedente dell’artista, merito anche di una ottima produzione, ma noioso nel risultato della ragazza che-poteva-far-di-più-ma-non-si-è-applicata. Un album così pieno di luoghi comuni da poterlo cucire addosso a qualche stellina da reality, non ad un’artista che ci aveva fatto vedere qualcosa di più. Restano comunque assolutamente buone e catchy le tracce che hanno già visto la luce come Radioactive e Fear and Loathing, interessante Bubblegum Bitch.
Ma del resto questo è il disco di Electra Heart, non di Marina Diamandis. Aspettiamo quindi il secondo disco di Marina and the Diamonds finita la pantomima. Daje Marì.
Jay Brannan dopo l’esordio con Goddamned ed il successivo In Living Cover pubblica il terzo album Rob Me Blind prodotto da David Kahne. Brannan è considerato tra i casi più bizzarri del nuovo cantautorato americano, si è sempre distinto per il suo inconfondibile stile intimista e genuino, semplice ma struggente, spesso solamente accompagnato dalle note della sua chitarra, uno stile il suo che è molto vicino a quello del cantautorato femminile che va da Ani di Franco a Tori Amos, da Sinead O’Connor a Fiona Apple.
Il 15 maggio sarà in concerto a Roma, al Circolo degli Artisti, mentre il 17 a Milano, alla Salumeria della Musica con un nuovo disco da portare in giro per il mondo, da ascoltare insieme, in tutta la sua interezza, cliccando play sul player in testa al post. Prodotto da David Kahne, e in uscita il 27 marzo, Rob Me Blind sorprende. Dolce, elegante, scorrevole, e accompagnato dalla bella voce del Brannan, l’album merita attenzione. Anche solo per uscire dal ‘pop’ martellante di queste ultime settimane. Rispetto ai precedenti lavori cambia proprio gli arrangiamenti del disco. Tocchi di pianoforte invece per l’intima Greatest Hits e ritmo marziale di batteria per Myth Of Happiness. Il corpo estraneo del disco però è sicuramente l’elettrica La La La: pulsazioni elettroniche ed arrangiamenti beatlesiani eccentrici pongono questa canzone fuori dallo schema logico dell’album.
Segui anche la nostra intervista a Jay Brannan su Radiosglaps.
Avvertenze: la “recensione” che state per leggere contiene alcuni spunti personali; molte cose sono scritte con ironia, poiché la band di cui sto per scrivere la seguo da svariati anni con alti e bassi; questi cinque ragazzi torinesi mi sono sempre stati molto simpatici.
“A ogni canzone nuova che non conosco mi faccio un goccio di tequila”: alla fine niente tequila perché all’Unipol Arena avevano solo birra alla spina e perché i Subsonica di canzoni nuove, intendo quelle degli ultimi tre album, ne hanno fatte veramente poche.
I Subsonica all’Unipol Arena di Bologna, ovvero il mio decimo concerto della band torinese dopo quattro anni di pausa dalla loro musica.
Location abbastanza piena, ma non del tutto sold out, con persone venute da tutta Italia e di tutte le età: dalle ragazzine del “Samuel ti amo” e “Boosta sei figo” (mi sento vecchia, dato che passai anche io per quella fase circa 10 anni fa), ai veterani che sono legati alla band da un certo affetto.

I Subsonica sono una di quelle band che, anche se si perde di vista a distanza di anni, c’è quella tentazione di andare a rivederli poiché live non deludono e trasmettono quell’energia incredibile che fa saltare, ballare ed emozionare per circa 28 canzoni.
Sì perché i Subsonica hanno deciso di fare una setlist di 28 pezzi, con qualche encore di troppo (la vecchiaia si fa sentire neh?), e con tante, tantissime, canzoni dell’album omonimo (per chiamarsi “Istantanee Tour” ci sarà stato un motivo, no?).
La band torinese: Samuel Romano alla -sempre ottima- voce; Davide Di Leo, a.k.a Boosta, alle tastiere; Mr. Max Casacci (mi sa che la cinquantina è arrivata anche per lui) alla chitarra \ cori; Enrico “Ninja” Matta alla batteria; Luca Vicini, Vicio, al basso.
La setlist parte con “Come Se”, seguita da “Cose che non ho” e da “Daitarn”: inizio col botto e che non ti aspetti, a meno che qualcuno del pubblico non sia andato anche allo show di Milano (e conoscendo certi fan dei Subsonica…).
Live sono sempre mostruosi, la scenografia è ricca di giochi di luci, presenza scenica impressionante e le sonorità si mescolano tra di loro creando in continuazione atmosfere differenti: dettagli funky (“Cose che non ho”), deliri elettronici (“Discolabirinto”, “Up Patriots to Arms”), qualche spunto più rock (“L’errore”), particolari pop malinconici (“Preso Blu”, “Come Se”) e ovviamente i grandi classici (“Colpo di Pistola”, “Tutti i Miei Sbagli”, “Nuvole Rapide”, “Istantanee”…).
La band torinese si è sempre fatta amare dal suo pubblico non solo per la musica, ma anche per gli atteggiamenti dei cinque componenti sul palco che sono fissi negli anni: Samuel che si dimentica le parole (non so se abbia mantenuto il rito “mi palpo il pacco perché fa figo” su “Aurora Sogna”) e i suoi immancabili “sentiloooo”, “su ‘ste mani” e “jumpa” urlati a pieni polmoni; i balletti di Boosta; gi scatti del Casacci; il loro essere SEMPRE coerenti, pronti a denunciare le ingiustizie e ad essere attivi per quanto riguarda la questione del “sociale”; musicisti che si informano, che si danno da fare e che si fanno sentire sul palco.
Per me rivederli è stata un’emozione paragonabile a quella del primo appuntamento; quella che scatena un vortice di ricordi; ma, soprattutto, QUELLA che ti fa sentire bene quando rivedi, dopo tantissimo tempo, un caro amico (in questo caso, però, di “amici” ne ho rivisti cinque ed è stato un vero piacere).
In poche parole questi Subsonica spaccano esattamente come qualche anno fa. Ancora e tanto.

| No. | Title | Length |
|---|---|---|
| 1. | “Hold On” | 3:46 |
| 2. | “I Found You” | 3:00 |
| 3. | “Hang Loose” | 2:24 |
| 4. | “Rise To The Sun” | 3:09 |
| 5. | “You Ain’t Alone” | 4:45 |
| 6 | “Goin’ To The Party” | 1:46 |
| 7. | “Heartbreaker” | 3:48 |
| 8. | “Boys & Girls” | 3:26 |
| 9. | “Be Mine” | 4:15 |
| 10. | “I Ain’t The Same” | 2:56 |
| 11. | “On Your Way” | 3:05 |
Se siete in cerca di un disco per il pomeriggio, da ascoltare mentre fuori sta tramontando il sole, allora avete trovato il vostro tesoro. Anche se siete in cerca di qualcosa da avere di sottofondo, che non sia troppo impegnativo, ma che non vi faccia nemmeno addormentare, allora siete arrivati al posto giusto. Il primo disco degli Alabama Shakes è quello che fa per voi. Come si può ben immaginare è un gruppo che arriva dall’Alabama (proprio non si direbbe vero? ), da poco è uscito il loro primo disco, Boys & Girls, che a quanto pare sta prendendo consensi sia in America che in Europa. Come dicevo prima è un disco leggero, le traccie si assomigliano un po’ tutte, ma non in modo noioso, ognuna ha quel “che” a contraddistinguerla abbastanza dalle altre. La più bella è forse Rise To The Sun, con i suoi momenti più tranquilli e quelli più movimentati. Brittany Howard, Heath Fogg, Zac Cockrell e Steve Johnson devono essere contenti del loro tour europeo: suonano in città come Parigi, Londra, Amsterdam e Berlino e a ben vedere è quasi tutto sold out, evidentemente stanno proponendo qualcosa che qui da noi manca e di cui si sentiva la mancanza.



