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Recensioni

[2 feb 2012 | No Comment | ]

 

No. Title Length
1. “Les Plus Beaux” 4:23
2. “Muddy Heart” 3:15
3. “Edge Of Town” 4:09
4. “City Kiss” 4:20
5. “Azrou Tune” 4:21
6 “Buried Treasures” 3:42
7. “Cherchant Des Ponts” 3:35
8. “Slow Love” 4:54
9. “Bail Eternal” 3:30
10. “Piscine” 3:24
11. “Do You Want To Dance” 2:56

Io ho dei grossi problemi con le canzoni contemporanee cantate in francese, mi danno fastidio e non riesco a sentirle. Quindi appena ho fatto partire E Volo Love, alla prima canzone, Les Plus Beaux, ho avuto paura che il disco fosse tutto così. Per fortuna, superato l’impatto iniziale le cose cambiano e si torna al più fortunato inglese. Quando poi sono andata a leggere due informazioni sul gruppo e ho scoperto che Frànçois è un francese trapiantato in Inghilterra anni fa, la cosa ha preso tutt’altra piega. Sono andata a cercare qualche informazione sul sito ufficiale e leggere la storia di Frànçois è molto carino, con anche un sacco di disegnini. A parte questo, dicevo che l’impatto iniziale, per i miei problemi di sopportazione del francese, è presto superato dalla seconda canzone, Muddy Heart: cantata in inglese, musica allegra e spensierata, con la voce molto particolare del cantante che mi ricorda un po’ i Jennifer Gentle. Anche Edge of Town è una canzone sulla falsa riga della precedente, leggera, quasi vacanziera; in City Kiss si alternano frasi in inglese ed alcune in francese, ma rispetto alla prima traccia, ha dalla sua la musica più vivace e che trascina il tutto. Anche Azrou Tune ha di nuovo quel miscuglio di due lingue, ma con note più tranquille, da canzone della buona notte non venuta troppo bene. Buried Treasures  e le tracce seguenti si mantengono sulla linea generale dell’intero disco: testi che si dividono entrambe le lingue e anche la musica non ha nessuna nota di innovazione rispetto alle canzoni precedenti.  Insomma, forse E Volo Love è un disco che va ascoltato tipo in macchina, magari in primavera o estate con i finestrini abbassati a fare entrare l’aria rinfrescata dalla velocità e non durante una nevicata.

[31 gen 2012 | No Comment | ]

 

Premetto che avendo cantato con Damien Rice io lei la amo a prescindere, però prometto che non mi faccio influenzare troppo da questa cosa.

Per fortuna esistono dischi così. Album giusti ascoltati al momento giusto. Fuori è grigio, qui purtroppo non nevica, ma con questo disco mi sembra che fuori possa benissimo esserci mezzo metro di neve. Un disco che ti porta in un’intimità tutta personale, fatta di quelle piccole cose che piace fare a ognugno di noi quando si è bloccati in casa per la neve o per il troppo troppo freddo. Un disco che accompagna un pomeriggio lungo, fatto di un sacco di piccoli momenti, una canzone è un momento a sè; tutto collegato, ma tutto a se stante.

E’ passata qualche ora da quando ho iniziato a scrivere questa recensione e ho fatto bene ad aspettare ad andare avanti: ha iniziato a nevicare anche qui, ora l’ascolto di Passenger è perfetto. Sono anche andata a riascoltarmi il disco precedente, Sea Sew, mi ero piaciuto molto, ma come spesso mi succede, l’avevo lasciato da parte dopo un po’ di ascolti. Allora rimedio con questo. Anche questo disco è fatto della bella voce di Lisa Hannigan, chitarre semplici, testi molto belli e melodie giuste.
“Home so far from home, So far to go And we’ve only just begun
And oh, every lie we told Is written in stone Every lie we wrote in our bones
And hold on, there’s nothing to pack We know we’re not coming back”.
Sì, ecco, se c’è una cosa in cui è brava questa ragazza è saper mettere assieme parole così a una musica perfetta che sappia accompagnarle, bella, ma senza sovrastrare tutto il resto.
Rispetto ad altre canzoni e all’andamento nostalgico generale del disco, c’è una canzone come Knots che dà quella carica in più; invece What’ll I Do la vedo un po’ a metà strada, quell’allegro con sempre dietro di sè un senso di grigio, malinconia, anche se il video è un sorriso unico di Lisa. Ma la mia preferita è Paper House, di cui sarei curiosissima di vedere un video, visto quello che spesso propone per le sue canzoni, come quello di Safe Travels (Don’t Die) o quello tutto sott’acqua di Little Bird. Insomma Passenger è una di quelle piccole perle da tenere per tutto l’inverno vicino senza dimenticarsene e toglierle dai nostri ascolti.

No. Title Length
1. “Home” 4:58
2. “A Sail” 3:35
3. “knots” 3:32
4. “What’ll I Do” 2:50
5. “O Sleep” 3:27
6. “Paper House” 4:16
7. “Little Bird” 4:01
8. “Passenger” 4:18
9. “Safe Travels (Don’t Die)” 3:22
10. “Nowhere to Go” 4:06
[30 gen 2012 | No Comment | ]
Lana Del Rey: Born To Die – 2012

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Ogni stagione discografica, una giovane fanciulla viene portata in sacrificio sull’altare della musica. I popoli si ricongiungono per celebrare l’arrivo di una nuova voce in grado di redimere i peccati del pop. In un Se Non Ora Quando che sempre si ripeterà per ricordarci che il rock è cosa da maschi, Lana Del Rey è solo l’ennesima prescelta, l’eletta a raccogliere le speranze di un pubblico alla costante ricerca di un suono nuovo, di un concentrato di generi rielaborati in formato commestibile.

Nel solco delle Alanis, della Lauryn diseducate, delle Amy, delle Florence dai capelli rossi, esce Born To Die, un album a lungo atteso, anticipato da singoli di grande efficacia melodica e di marketing quali Video Games e Blue Jeans, compendi di una quotidianità annoiata che l’Instagram applicato ai video, alle labbra della cantante, alla voce sublimava in un fascino prefabbricato. Lana Del Rey vede il cuore spezzato che nel 2011 ha permesso ad Adele di confermarsi stella del soul e rilancia con l’amore maledetto che, scandito dalle giuste percussioni, la aiuterà a diventare Jessica Rabbit.

Aspettative così elevate si sarebbero infrante di fronte a qualsiasi album e Born To Die non è un album eccezionale. Eppure è altrettanto lontano dall’essere dimenticabile. Video Games rischiava di essere l’unico pezzo memorabile di una cantante di cui si è parlato troppo. Il singolo Born To Die invece mantiene le promesse, alimenta il personaggio, preannuncia toni e arrangiamenti che danno consistenza all’album omonimo. Brani come Dark Paradise, rubati alle colonne sonore di James Bond con tanto di orchestra, rendono Lana Del Rey abbastanza convincente nella prolungata interpretazione della Bond Girl dal passato oscuro.

Un tempo in cui Lana Del Rey incideva col nome di battesimo, Lizzy Grant, pezzi come Lolita e Diet Mountain Dew, che tornano nel nuovo album riarrangiati sotto una nuova produzione. Un tempo passato che, come l’autrice stessa dichiara, sarebbe il caso di non considerare misterioso, quanto di scarso successo.

Quello che eleva l’album sono le canzoni più onestamente pop, come Radio, che già dal titolo promette di conficcarsi in testa al primo ascolto, Off To The Races, o meglio quel «I’m your little Scarlett, starlet, singing in the garden» che lascia piacevolmente perplessi, ma soprattutto National Anthem, di cui è apprezzabile l’insieme di idea, realizzazione, arrangiamento e testo.

Tuttavia al decimo pezzo che racconta di cuori dissolti nella cocaina, baratri eccitanti e profondi, mascara sbavati a celare il tormento interiore, il gioco di fine interpretazione mostra leggermente la corda; l’ascoltatore che fino a quel momento aveva deciso di sospendere il giudizio sui generosi squittî della cantante potrebbe invero non resistere a un secondo ascolto.

Per chi ascolta musica senza l’attesa di una nuova alba, di qualcosa di epocale, o più semplicemente senza usare la parola indie, Born To Die è un buon album. Non contiene alcun «you’ve already won me over in spite of me», né alcun «over futile odds and laughed at by the gods». Probabilmente non si trova neanche un «sometimes it lasts in love, but sometimes it hurts instead», ma un «the road is long, we carry on, try to have fun in the meantime» sì. E forse per il 2012 può andare bene.

Tracklist (Special Edition):

1. Born To Die
2. Off To The Races
3. Blue Jeans
4. Video Games
5. Diet Mountain Dew
6. National Anthem
7. Dark Paradise
8. Radio
9. Carmen
10. Million Dollar Man
11. Summertime Sadness
12. This Is What Makes Us Girls
13. Without You
14. Lolita
15. Lucky Ones

[29 gen 2012 | No Comment | ]
DIAGRAMS:  “Black Light”

Genre: Alternative/Indie/Pop/Electronic
Country: UK

Tracklist
01. Ghost Lit
02. Tall Buildings
03. Night All Night
04. Appetite
05. Mills
06. Antelope
07. Black Light
08. Animals
09. Peninsula (Plus Hidden Track)

Che i Tunng siano un gruppo figo non devo essere io a dirvelo (sappiate che chi non li conosceva ed ha avuto l’album come recensione per rompere il ghiaccio qui sopra poi mi ha ringraziato). Ma mentre loro sono in pausa come gruppo e pubblicano un loro live molto bello, il frontman Sam Genders se ne esce con una combinazione di assurdità e di accessibilità che rende questo disco un debutto solista assolutamente affascinante.

Con l’aiuto di poche menti simili, compresi Micachu e Fever Ray è uscito fuori dalla sua cameretta un album di debutto che suona come molto di più il lavoro di un solo uomo. Infatti, a incarnare Black Light dal vivo sul palco, Diagrams deve diventare almeno nove persone.

Questo è un album che dapprima vi abbraccia rassicurante intorno a voi: mentre Genders gode lo sperimentare con la forma, gli piace inserire anche una delicata melodia pop, rendendo la pillola incredibilmente facile da digerire. Oltre alla base di trama vocale imprevedibile che a tratti ricorda Guy Garvey, punta a ritmi non convenzionali e suggestivi. Quasi se i Kings of Convenience si fossero apparentati con gli Hot Chip.

Questa combinazione di assurdità e di accessibilità rende Black Light un debutto affascinante, e segna Genders come un talento solista da tenere sotto controllo.

[29 gen 2012 | No Comment | ]
Craig Finn: Clear Heart Full Eyes

Clear Heart Full Eyes’ Tracklist:

1). Apollo Bay
2). When No One’s Watching
3). No Future
4). New Friend Jesus
5). Jackson
6). Terrified Eyes
7). Western Pier
8). Honolulu Blues
9). Rented Room
10). Balcony
11). Not Much Left Of Us

Il titolo dell’album è stato così spiegato dallo stesso Craig: “Clear heart significa onestà e trasparenza, mentre full eyes suggerisce esperienza. Insomma, essere ottimisti e non farsi abbattere dalla stanchezza o dai dubbi che possono arrivare quando si invecchia”.
Craig Finn, classe 1971, ha militato dal 1994 al 2003 nella band indie-alt dei Lifter Puller. Il disco è onesto, non memorabile, ma ci trasmette una dimensione molto vicina al musicista che lo farà apprezzare ancora di più a chi lo conosce mentre possono essere una buona colonna sonora per chi non ha mai sentito suonare i Lifter Puller, temporaneamente in hiatus.

Musicalmente,i brani da solista di Finn sono più pop e meno rock rispetto alla sua band, anche se non la struttura alcuni di loro resta costante. Si rivela un po ‘più suonando il country rock che il blues che riecheggia tanto come un rock classico.

Con il suo primo album solista, Finn non è andato troppo lontano dalla sua estetica di base, ma la mossa dell’uscire solo è sufficiente a giustificare il suo album. Tenere i fan  si sentiranno a casa con i suoi testi precisi e di ambivalenza religiosa, ma non così a proprio agio fino a rilassarsi. Mentre le narrazioni ce lo mostrano soffrire per la perdita e la sofferenza, l’album è di per sé un uso flessibile e gratificante di cura per l’ego.

[27 gen 2012 | No Comment | ]
Big Deal – Lights Out
No. Title Length
1. “Distant Neighborhood” 3:45
2. “Chair” 2:53
3. “Coll Like Kurt” 3:34
4. “Swoon” 2:52
5. “Homework” 2:44
6 “Talk” 3:20
7. “With The World At My Feet” 3:22
8. “Locked Up” 4:20
9. “Summer Cold” 3:06
10. “Visions” 2:30
11. “Seraphine” 4:09
12. “Pi” 4:32

 

É primavera, è l’ora del tramonto, sono in una veranda tra piante, libri, tè freddo e sono su un’amaca e la colonna sonora è questo disco.
Se qualche anno fa avete amato Push the Heart dei Devics, allora sarete contenti che questo disco d’esordio sia uscito. Con suoni un po’ più allegri rispetto a quelli della band di Los Angeles, rimango però in quella sfera di suoni.
Mi piace molto la voce duettata dei due ragazzi, i suoni leggeri che accompagnano quasi delicatamente le due voci di Kacey Underwood e di Alice Costelloe.
Come al solito, le cose che mi piacciono di più arrivano dall’Inghilterra, ormai non mi stupisco più di andare a leggere da dove arriva qualche gruppo e vedere quel “UK” tra parentesi.
Lights Out inizia con il singolo Distant Neighborhood: voci tranquille, chitarre che non danno fastidio, insomma, un brano perfetto per essere un singolo, di quelli che continui a canticchiare per ore e che nei giorno seguenti al primo ascolto, lo metti in ripetizione, “I can make you stay if you wanna be alone”.
Chair è sempre sulla stessa linea, forse solamente un po’ più viva. Non possono mancare le canzoni più tristi e malinconiche, di quelle che vedi bene in certi film un po’ romantici ma non troppo. Parlo di Cool Like Kurt, Swoon, Locked Up e Pi che chiude il disco.
A risollevare un po’ gli animi, con una chitarra più presente, arrivano Talk, With The World At My Feet, Visions e Seraphine.
Insomma, Lights Out è uno di quei dischi da tenere a portata di mano per un pomeriggio tranquillo, in cui non si vuole avere fretta, nemmeno negli ascolti, si vuole stare comodi e c’è bisogno di qualche ascolto che non disturbi, ma che nemmeno rimanga solo di sottofondo e ci si dimentichi di lui.
[22 gen 2012 | No Comment | ]

Venerdì sera ho assistito al concerto di una delle band più in voga negli ultimi mesi, almeno per quanto riguarda il genere Post-Punk Revival e Art Rock: i giovanissimi S.C.U.M che presentano sul palco del Covo il loro (bellissimo) esordio “Again Into Eyes”.

Di questa band hanno parlato in tanti, sempre in maniera molto positiva come se fossero l’innovazione in carne e ossa, ma, come dico sempre, è live che bisogna testare la validità e la grandezza di una band.
Gli S.C.U.M sono capitanati da Thomas Cohen, frontman che sul palco ricorda, e non poco, Faris Badwan dei The Horrors.
Sfortunatamente il live non mi entusiasma granché, sonorità a parte che riescono sempre e comunque ad attirare la mia attenzione forse proprio perché uno dei generi che più adoro: sono la copia più giovane della band di Faris; la voce del frontman inizialmente non si sente e, quando finalmente le questioni tecniche si risolvono, arriva un Brian Molko con un palo ficcato chissà dove (immaginate) che canta; addirittura anche Huw Webb si muove come il fratello (Spider Webb).

Quello che infastidisce di più della band, oltre alla voce che si spera possa migliorare con l’esperienza, è il loro atteggiamento sul palco; cioè: sono davvero una seconda versione di altre band del genere (sound ripetuti e giochi di luce copiati che creano le atmosfere evocative tipiche di questo revival) e questo può far pensare a una ben poca immaginazione e creatività.
Gli S.C.U.M non sono da escludere completamente come live band, poiché si possono prendere in riferimento le sonorità, nonostante siano ben lontane dall’innovazione e vengano ripetute più volte nel corso dello show, molto cupe, sognanti e in grado di coinvolgere i presenti; inoltre si nota l’energia della batterista, l’unica che improvvisa leggermente di più rispetto agli altri componenti, e l’espressività del gruppo che mostra -almeno- qualche piccola emozione.
Potete amare la bellezza del frontman e potete giustificarli con il fatto che si dedicano a un genere che non sempre “suona bene” in certi locali, oppure con un ” ma sono giovani e hanno bisogno di esperienza”: questi ragazzi devono trovare una propria strada da seguire e suonare live il più possibile, o si può affermare con sicurezza che sono solo la solita band revival da studio.

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