Live
Lontani dall’Europa dal 2010, reduci da un tour americano che ha confermato il loro status di band di culto, i Brand New arrivano nel Regno Unito per una serie di date andate sold out a tempo di record.
Chiunque conosca un minimo la band di New York sa quanto imperdibili fossero questi concerti, perciò ho colto la palla al balzo e sono stata una dei fortunati a riuscire ad avere un biglietto per la prima data di Londra (biglietti esauriti in circa dieci minuti).
Quattro ore di fila e un principio di ipotermia non riescono a far scemare l’entusiasmo della gente, per fortuna gli inglesi sono puntuali e il primo dei due gruppi di supporto sale sul palco della Roundhouse esattamente all’orario stabilito.
In mezz’ora di tempo gli scozzesi Xcerts fanno del loro meglio: degni di nota su disco, mantengono le aspettative anche per il live a dispetto della loro giovane età.
Aprono con Do you feel safe? dall’album di debutto In the cold wind we smile: il repertorio della band è fatto di ottimi compromessi tra ballate e il punk-rock che caratterizza anche i Brand New, apprezzabile che abbiano tralasciato i pezzi più conosciuti per lasciare spazio al loro ultimo lavoro, Scatterbrain. Dal vivo le chitarre diventano più prepotenti e riescono a dar vita a un suono più corposo, adattandosi a quello che è chiaro essere lo spirito del concerto.
Il secondo gruppo di supporto sono i Newyorkesi I am the Avalanche: sempre due album alle spalle ma più esperienza da precedenti band e una vocazione punk molto più marcata. Mezz’ora di set anche per loro senza risparmiarsi su nulla, si inizia con Holy Fuck, pezzo che apre anche il loro ultimo album Avalanche United, nessuna traccia di ballate ma chitarre e cori per la gioia degli entusiasti nelle prime file. A chiudere il set I took a beating dall’album di debutto omonimo, chiusura degna di un set energico: se cercavano di trovare nuovi fan ci sono riusciti ma l’impressione è che rendano al meglio in locali più piccoli della Roundhouse, col contatto fisico che sembrano cercare così tanto.
Sorvoliamo sull’attesa per i Brand New (quasi un’ora di hardcore e metal a volumi da hardcore e metal, ovviamente), che era comunque prevista, perchè puntualissimi alle 21:30 salgono sul palco accompagnati da un boato.
Welcome to Bangkok apre il set, le canzoni da aspettare sono talmente tante che decido di godermi il concerto priva di qualsiasi ansia da prestazione: proposito che viene subito distrutto dalla sequenza di canzoni che mi aspetta, perfetta. Per fortuna non sono una band che odia suonare le preferite del pubblico, mancano da molto su suolo europeo e probabilmente questo è il loro modo per scusarsi e ringraziare dell’affetto, che in effetti è davvero tanto.
Sic transit gloria… Glory fades conclude la prima metà del concerto, da brividi sentire l’intera Roundhouse urlare “Die young and save yourself”. La tripletta Sic transit gloria.. Glory fades, Okay I believe you, but my tommy gun don’t, The quiet things that no one ever knows lascia distrutti i coraggiosi nel pogo e senza voce il resto della gente.
Ma è per Jude law and a semester abroad, Seventy times 7 e Soco amaretto lime che la band conferma di non aver perso niente della brillantezza del primo album, Seventy times 7 è molto più vicina ad una dichiarazione di disagio giovanile che alla maturità degli ultimi album, eppure nessuno si tira indietro e i cori sono talmente forti che a malapena riesco a sentire Jesse cantare.
Ogni concerto che si rispetti ha il momento lacrima e Soco amaretto lime (“you’re just jealous ’cause we’re young and in love”) e Jesus Christ ne hanno sicuramente portata qualcuna.
Una magistrale You won’t know, trionfo di chitarre distorte e volumi assordanti, chiude il concerto alle 23 precise e tutti corrono a prendere la metro con le orecchie che fischiano ancora.
I Brand New hanno sempre avuto un grande alone di mistero attorno a loro: schivi nelle loro (poche) interviste, twitter e facebook in mano al loro street team e raramente si concedono ai fan. Il concerto, per certi versi, è specchio di questo loro atteggiamento: durante l’ora e mezza di concerto Jesse si ferma solo una volta, annunciando “questa sarà l’unica volta che parlerò” e ringraziando più volte chi ha avuto la pazienza di seguirli in tutti questi anni di silenzio. Si vede che parla col cuore in mano, fa un po’paura sapere che probabilmente seguiranno altri mesi (o anni?) di silenzio prima del nuovo album ma sono piuttosto certa che varrà comunque la pena aspettare.
In realtà dovremmo spendere molte parole anche per gli opening act: ma essendo operanti sul canale radio di questa testata sentiamo della pressione. Probabilmente però i Lava Lava Love hanno fatto *Il concerto* facendo un set di apertura spumeggiante e suonato daddio. Compresa una bella cover di Madonna.
Venendo a parlare invece del gruppo di Southampton vi posso anzitutto dire che il loro secondo disco ‘Sweet Sour’ è un gran lavoro. E che loro, dicono, torneranno in tempo per l’estate. I tre: ossia il chitarrista Russel Marsden la bassista Emma Richardson e il batterista Matt Hayward oltre ad essere ottimi scrittori su disco e persone belle sono anche artisti eccezionali. Live la resa è oltre le aspettative, e il suono che ne esce è potente e armonico con una meravigliosa e viscerale passione. Ma ci sono anche momenti più tranquilli, come nel nuovo singolo ‘Bruises’, oltre a quelli più ritmati con una batteria che picchia duro e chitarra roboante adrenalinica. I Band Of Skulls sono campioni nel far convivere senza problemi tutte le facce della loro musica: il lato blues quello più tranquillo e romantico e anche qualche piccolo momento con venature più pop ed accessibili. Imperdibili.

***Questa recensione è piena di sentimentalismo.***
Benvenuti a Varsavia. Glasgow è così, una città da blocco sovietico che fa tanto razionalismo urbano, in cui i richiami alla sua reputazione di città più rossa del Regno Unito risuonano chiari in ogni angolo di strada. Il locale dove si tiene il concerto di fine tour dei miei adorati è una balera che sembra una pista di pattinaggio happy days. Dovrebbe essere molto più affollato di quanto è in realtà ma non me ne rendo conto affatto, per me esiste solo il momento in cui i miei beniamini saliranno sul palco.
Sono rimasta delusa dall’EP pubblicato lo scorso settembre, Earth Division. Sebbene questo divertissement sia uscito vincente nel giudizio di molti – soprattutto nel confronto con l’album di febbraio Hardcore Will Never Die, But You Will, sono riuscita a fatica a terminare l’ascolto di questo prodotto insipido, in cui le scintille di sfavillante bellezza sono troppo deboli per emergere dalla somma del tutto, che è uno sbadiglio. Meno piano, il violino perché no, ma decisamente più chitarre. Un ritorno dei vocals, anche come proposti in Hardcore ecc., non sarebbe sgradito. Ma, come ben insegna l’esperienza, le cose belle sono lente, e io di loro mi fido.
Fortunatamente la setlist proposta è molto simile a quella di febbraio alla Brixton Academy, i video alle spalle del gruppo sono sempre quelli, compreso quello del loro amico, il ciclista in solitaria. Il gruppo si presenta sul palco dopo l’esibizione degli Errors (il cui nuovo album – Have Some Faith In Magic – è ascoltabile in streaming qua ed è uscito il 30 gennaio, per gradire), ed appare visibilmente appesantito, ritengo dai bagordi lontano dagli occhi di mogli e fidanzate. Quello che mi aspettavo molto (ma molto) e che non è arrivato è il calore del pubblico della loro città, che invece rimane molto distaccato, anche al momento dell’incomprensibile (per me) barzelletta in scots. I volumi sono altissimi come sempre e il soffitto basso li rende ancora più aggressivi e pervasivi. Tutto questo mi ha causato una sordità temporanea della durata di 48 ore.
Nulla avrebbe fatto pensare ad un live di fine tour. L’impegno, la concentrazione, il divertimento e l’energia è esattamente la stessa che trapelava sul palco di Londra lo scorso febbraio. E’ così che deve essere un concerto, mi dico, fatto con musicisti che suonano ancora per il piacere di farlo dopo anni (e ci stiamo avvicinando al 20°) e non contabili col cronometro in mano per tenere d’occhio lo scatto della scadenza della prestazione. Qui si superano i 120 minuti, oibo! Qui si rompono grancasse che è un piacere! Qui si mette Batcat dopo Mogwai Fear Satan, a rischio di (miei) infarti precipui!
Ho passato il Natale menomata, ma felice. Grazie, stelline mie!
A maggio in quel di Londra nord i miei amati beni curano l’edizione di I’ll Be Your Mirror che li vedrà di nuovo sul palco insieme a gruppi come i Codeine, i Mudhoney, gli Slayer e altri. Credo che andrò.
In cosa consiste fare la differenza, ora, nel rock? Possiamo dire che non c’è bisogno di essere innovativi per essere geniali, specie dopo il trionfale concerto dei Black Keys di Milano lunedì’ sera. Il duo rock americano che anche live conferma di essere all’altezza delle righe di inchiostro intrise di complimenti che si stanno sprecando sul loro ultimo lavoro, El Camino, Due onesti lavoratori della musica: capaci,diretti ed essenziali come spesso il rock oggi non è.
Poco le 21.30 Dan e Patrick salgono sul palco sold out dell’Alcatraz, dopo il set del gruppo spalla Portugal The Man. Il cantante e chitarrista hanno dietro di loro, defilati, i due turnisti al basso e alla tastiera. Parte il primo pezzo in scaletta, la funkeggiante “Howlin’ for you” ma la voce di Dan Auerbach non si scalderà purtroppo fino a metà set. Questo non sembra fermare l’entusiasmo dell’eterogeneo pubblico presente, da ventenni che probabilmente li hanno scoperti con la hit radiofonica “Lonely boy” che verrà suonata proprio in chiusura del set regolare quando il pubblico balla e si diverte anche in contrapposizione ai pezzi che l’hanno appena preceduta, come “Ten cent pistol”, ballata soul lunga e ammaliante, che ci mostra come anche le trovate sceniche sono basiche ma efficaci: verso la fine il pezzo le luci sul palco si spengono per diversi secondi, per poi ripartire all’improvviso sul finale. In fondo un po’ il paradigma della band, in tutto questo: i Black Keys riescono a rendere anche le cose semplici e banali emozionanti.
Ma nella folla c’erano anche alcuni rocker italiani e tanti addetti ai lavori, presenti e pronti quasi a carpire e capire il fenomeno del momento, che non è un fuoco di paglia ma il frutto di lungo lavoro e passione per la musica. Ventun pezzi suonati, quasi tutti dall’ultimo album e dal precedente “Brother”, e alla fine le luci si spengono prima delle 23.30, ma i Black Keys dovrebbero tornare nel nostro paese ad agosto, anche perché l’anno scorso furono costretti a cancellare il loro tour europeo. Nel frattempo sono attesi in primavera come headliner del festival indipendente americano Coachella «Dopo sei partecipazioni da spalla ora suoniamo per ultimi: nel frattempo i nostri show sono sempre più pieni di pubblico, è una fortuna incredibile ma in dieci anni di carriera crediamo di essercela meritata. E se qualcuno storcerà il naso per il nostro successo, non ce ne importerà nulla» aveva dichiarato il batterista Carney. E a sentire ieri sera il live, al di là dei tormentoni radiofonici, la band si merita in pieno questo momento.
Lo scorso 13 gennaio, presso il B-Side di Cosenza, ho avuto la piacevole sensazione di scoprire che lo scenario Britrock, in Italia, non è assolutamente morto, anzi! Ho avuto la piacevole scoperta di trovare un gruppo di miei (quasi) coetanei, una band britrock nata proprio negli anni della seconda giovinezza di questo filone musicale (metà anni 2000!), ma soprattutto una band che ha assorbito il meglio della perfida Albione proprio come una spugna asciutta sull’acqua.
Signori e signore il nome di questa band è, per chi ancora non lo conoscesse o non lo avesse capito, The Hacienda!
Il venerdì, sopra citato, ho avuto l’occasione di assistere per la prima volta ad un loro live show; prima di allora avevo sentito parlar bene di loro, “hanno aperto ai Beady Eye, ai Kasabian ecc..”, ho ascoltato le tracce del loro album, Picking pennies off the floor (Black Candy Records 2011), ma mai ascoltati live. Prima del loro show, ho avuto modo di intervistarli o, meglio, di far due chiacchiere con loro.
Ascoltando le loro canzoni ho avuto la sensazione di trovarmi davanti un mix tra Arctic Monkeys, Corals e ovviamente chiedo le loro influenze: Oasis, la musica inglese dei ’60s, le nuove leve dei primi anni 2000, ma ancora tanto altro.
Passiamo a parlare delle loro esperienze su i grandi palchi, quelle divisi con i Beady Eye, i Kasabian, tra gli altri: ovviamente una grande, grandissima esperienza e tanta emozione.
Negli anni hanno avuto anche occasione di fare un tour nel Regno Unito, dove l’approccio del pubblico era differente da quello italiano; anche la gente era di età più grande, gente che aveva magari visto e vissuto concerti e band di cui, noi giovani, apprendiamo dalle varie fonti a nostra disposizione. Proprio in uno di questi live, si trovava ad ascoltarli Andy Rourke degli Smiths, che successivamente li ha invitati e intervistati per ALL FM Radio.
Appassionati dalle esperienze di questa terra, mi confidano il progetto di trasferirvisi almeno per un anno, nello specifico, a Chorlton, nei pressi di Manchester. Tra i progetti futuri anche la ristampa in vinile di uno dei loro lavori, con l’aggiunta di una cover soul, e successivamente un tour con i Weeman di Carlo Pastore.
La chiacchierata è lunga, specialmente perchè sono un fan del britrock in mezzo ad altrettanti fan(!), ma ad un certo punto dobbiamo fermarci: devono prepararsi per salire sul palco.
Un’ultima domanda: cosa ascoltano gli Hacienda ultimamente o un disco consigliato?! La risposta: Balck Keys, El Camino!
Passiamo ora al live, che anticipa il djset del poliedrico e “flanelloso” Fabio Nirta e su cui tornerò a parlare tra poco.
Scambio di complimenti tra l’organizzatore e il gruppo, legati da una passione per il Wrestling, il gruppo inizia carico con You Might Be Wrong, prima traccia del loro album.
Professionali, precisi, carichi, impeccabili e a tratti trascinatori; dico a tratti perchè alternano canzoni più rock a canzoni più pop, accompagnate, anziche dalle distorsioni delle chitarre elettriche, da chitarra acustica e a volte, anzichè la tastiera, una diamonica!
Impeccabili anche i fonici, ormai esperti, del B-Side di Cosenza.
A metà scaletta 1 AM, uno dei pezzi più conosciuti della band e sicuramente uno dei pezzi con cui difficilmente riesci a stare totalmente fermo: io stesso, nonostante fossi intento a “gustarmi” il live, avevo difficoltà a tener fermo il piedino e le braccia che cercavano di seguire a tratti il movimento di quelle del batterista a tratti quello delle chitarre!
L’elemento caratterizzante, sicuramente, di questa band è l’uso dei cori, precisi, mai invadenti e ben azzeccati, che non stonano mai e che sono presenti in tutte le loro canzoni.
A testimonianza delle loro capacità, la richiesta di organizzatore e pubblico di fare un bis: la voglia era quella di riascoltare l’intera scaletta, la possibilità è stata quella del bis di tre brani. Spicca, tra le 16 canzoni della scaletta, Here in the sand, brano accompagnato dalle linee melodiche della chitarra acustica e vicina al sound dei Verve di Mr Ashcroft.
Se dovessi dare un voto a questo live sicuramente sarebbe un bell’8!
A fine live faccio i complimenti ad ognuno di loro per la propria prestazione e ci salutiamo con l’augurio di rivederci ad uno dei prossimi live!
Come anticipato, una piccola nota sull’organizzazione: scambiando due chiacchiere con l’organizzatore dell’evento, Fabio Nirta, mi accorgo e mi racconta di quanto sia difficile organizzare qualcosa di simile in un contesto dove sei l’unico a muoversi e a darsi da fare per offrire al pubblico varietà e qualità di artisti: un grande grandissimo applauso a chi lavora seriamente per il nostro, di tutti, intrettenimento!
Scaletta:
- You might be wrong
- Little boy
- Yesterday’s paper
- We’re supposed to be
- Nova
- 59
- Mexican salad
- Last bus
- 1 AM
- Time machine
- Here in the sand
- Mrs Nobody
- Later on demand
- Conversation less
- Heat wave
- Sundown
Prima di tutto: se siete di Torino, se vi piace la buona musica elettronica (per una volta targata Italia), se volete passare un’ora in compagnia di buona musica, domani sera andate, anzi correte a vederli al Blah Blah. Poi, se siete di altre città, se dopo aver letto le righe seguenti e se vi è venuta voglia di sentire un buon concerto, andate a leggere se siete tra le poche città fortunate ad ospitare un loro live.
Dopo questa premessa posso iniziare. I Don Turbolento, con il primo disco non mi avevano fatta impazzire; si sentiva che c’era qualcosa di buono, ma ancora non espresso al massimo. Invece con il secondo disco, Attack!, è proprio tutta un’altra musica. E nel live si sente eccome. Li ho visti venerdì scorso al Latte+ di Brescia, giocano in casa e si vede che il pubblico gli vuole bene. Iniziano con la prima traccia del disco, What I CAN, che qui fa una specie di introduzione a tutto quello che ha da venire. Poi da lì si parte, con i ritmi accellerati e come se fossimo in corsa, ma di quelle che si fanno in discesa, dove più si corre e più si prende velocità. Uno dopo l’altro, i brani di Attack! si susseguono, anzi si rincorrono. L’accattivante Attack!, la teutonica Tanzen Dusseldorf, Evil Heaven,quella che a me ricorda tanto i Pulp, che qui sembra dare un po’ di respriro in questa corsa che stiamo facendo, mentre fuori c’è il gelo per terra, dentro sembra di essere in un prato enorme a luglio!
Però non è ancora finita, dopo aver preso fiato riprendiamo a muoverci con Don’t talk, SMS in a bottle, Don T, This time e Mean it. Ancora una pausa con la stupenda Desert Line, che nel disco è accompagnata dalla voce di Max Collini e che dal vivo, purtroppo manca.
Come dicevo un’ora di concerto che vale davvero la pena di vedere e non mi resta che sperare che aggiungano altre date per poterli rivedere, anche perché sarei curiosa di vederli in contesti un po’ più grandi come il Tunnel qui a Milano.
Venerdì sera ho assistito al concerto di una delle band più in voga negli ultimi mesi, almeno per quanto riguarda il genere Post-Punk Revival e Art Rock: i giovanissimi S.C.U.M che presentano sul palco del Covo il loro (bellissimo) esordio “Again Into Eyes”.
Di questa band hanno parlato in tanti, sempre in maniera molto positiva come se fossero l’innovazione in carne e ossa, ma, come dico sempre, è live che bisogna testare la validità e la grandezza di una band.
Gli S.C.U.M sono capitanati da Thomas Cohen, frontman che sul palco ricorda, e non poco, Faris Badwan dei The Horrors.
Sfortunatamente il live non mi entusiasma granché, sonorità a parte che riescono sempre e comunque ad attirare la mia attenzione forse proprio perché uno dei generi che più adoro: sono la copia più giovane della band di Faris; la voce del frontman inizialmente non si sente e, quando finalmente le questioni tecniche si risolvono, arriva un Brian Molko con un palo ficcato chissà dove (immaginate) che canta; addirittura anche Huw Webb si muove come il fratello (Spider Webb).
Quello che infastidisce di più della band, oltre alla voce che si spera possa migliorare con l’esperienza, è il loro atteggiamento sul palco; cioè: sono davvero una seconda versione di altre band del genere (sound ripetuti e giochi di luce copiati che creano le atmosfere evocative tipiche di questo revival) e questo può far pensare a una ben poca immaginazione e creatività.
Gli S.C.U.M non sono da escludere completamente come live band, poiché si possono prendere in riferimento le sonorità, nonostante siano ben lontane dall’innovazione e vengano ripetute più volte nel corso dello show, molto cupe, sognanti e in grado di coinvolgere i presenti; inoltre si nota l’energia della batterista, l’unica che improvvisa leggermente di più rispetto agli altri componenti, e l’espressività del gruppo che mostra -almeno- qualche piccola emozione.
Potete amare la bellezza del frontman e potete giustificarli con il fatto che si dedicano a un genere che non sempre “suona bene” in certi locali, oppure con un ” ma sono giovani e hanno bisogno di esperienza”: questi ragazzi devono trovare una propria strada da seguire e suonare live il più possibile, o si può affermare con sicurezza che sono solo la solita band revival da studio.







