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Live

[26 apr 2010 | No Comment | ]

Il binomio politica – musica, almeno nel nostro paese, è uno schema fisso: gli artisti denunciano, mostrano e urlano con tutta la loro forza non solo ciò che sentono, ma affrontano la società, la nostra, che circonda loro e chi li ascolta.
Ieri, ormai, 25 aprile, a Carpi si è tenuto una sorta di festival, “Materiali resistenti”, per poter non solo ricordare ma anche mettere in mostra la situazione che il nostro “paese di merda”, citando un certo Pierpaolo Capovilla, sta subendo.
Questo festival ha mostrato un lato dell’Italia che la televisione non osa mettere in scena e di cui i personaggi ai piani alti della società non vogliono parlare, ma di questo non c’è da preoccuparsi: a parlare di ricordi e di problematiche attuali ci hanno pensato musicisti, scrittori, ex partigiani ed intellettuali; tutti personaggi uniti, e pronti a far unire il pubblico presente, per appunto denunciare e manifestare contro l’ipocrisia presente nel nostro paese.
Il ricordo della Liberazione è stato comunque mantenuto vivo per tutto il festival, dalle 16 alle 23.30, nonostante la Paura sia stato uno dei temi più presenti durante questa giornata: Paura di quello che accadrà, Paura che certi eventi del passato si ripetano, Paura di coloro che hanno vissuto determinate esperienze, Paura della morte e di una nuova guerra.
La Paura legata alla questione politica attuale, che in parte tende a rifiutare questo 25 aprile, denunciata da tutti gli artisti passati sul palco del Festival.

Questa è stata una piccola introduzione prima di passare alla vera e propria Arte vissuta durante questa giornata a Carpi.
Sul palco si sono mescolati scrittori, Paolo Nori e Carlo Lucarelli, ex partigiani e tanti musicisti del panorama rock\alternative italiano, e fortunatamente i più validi in circolazione.
Sfortunatamente mi sono persa gli artisti più emergenti, ma ho avuto l’onore di vedere gli Offlaga Disco Pax, TARM, Teatro degli Orrori, Massimo Zamboni, pochissimo e per sfortuna i Giardini di Mirò e Mara Redeghieri.

Una cosa in comune, e da apprezzare, che hanno tutti questi artisti tra loro è il saper “recitare”, attraverso la musica, il loro sentire: gli Offlaga Disco Pax sono stati i più capaci nel mettere in scena il loro punto di vista proprio attraverso questa recitazione, ma i più coinvolgenti e “indie”, e tanto “indie” non sono musicalmente parlando, poiché molto più violenti, sono stati sicuramente quei pazzoidi de Il Teatro degli Orrori.
Anni fa vidi Pierpaolo Capovilla con gli One Dimensional Man e vederlo ora mi fa capire come questo grande uomo non sia affatto cambiato: ora ha 42, ripeto QUARANTADUE, anni e ne dimostra la metà dato che è un ottimo frontman.
Era un festival e la band capitanata da Capovilla ha suonato mezzora: in mezzora sono riusciti a far scatenare un pubblico che aspettava solo ed unicamente loro, oltre ai TARM, per tirare giù transenne e scatenare un pogo abbastanza selvaggio.
Il Teatro degli Orrori è una band compatta: tutti i musicisti presenti in quel momento sul palco hanno mostrato grande carisma e forza d’animo, che hanno fatto scatenare chiunque, e in mezzora non mi hanno fatto pensare a starnuti e pollini.
Musicalmente parlando questa band è molto creativa poiché esalta proprio la parte cantata-recitata-urlata a pieni polmoni di un frontman di QUARANTADUE ANNI , che stona e stramazza ma recupera e si bilancia mostrando al suo pubblico le proprie sensazioni.
Per un frontman-cantante così delirante ci vuole una band delirante, ovviamente: schitarrate, batteria che si fa sentire fino alla fine di Carpi e strimpellate di basso, nulla di così geniale tecnicamente parlando, ma che riempie di sensazioni forti ed esalta chi è lì a pogare o ad ascoltare.
Consiglio, assolutamente, di andare a vedere questa band.

Band numero due di cui intendo parlare, molto brevemente: i Tre Allegri Ragazzi Morti.
Anche loro hanno suonato poco ma molto bene, e gratuitamente come tutte le altre band-artisti (ci tengo a dirlo: chi è che fa una cosa del genere in un paese come il nostro? Pochissimi artisti).
Ammetto che l’ultimo album non mi abbia colpito parecchio, anche perché questi cari ragazzi hanno deciso di esprimersi con un nuovo genere musicale, il Reggae.
Live questa band mostra di saper mescolare i nuovi pezzi Reggae ai classici in stile TARM: si sono fatti valere e hanno dimostrato di saper variare genere senza bisogno di usare chissà quante e quali tecniche.
Pure questa band merita veramente di essere vista live, anche perché loro, come la band di cui ho parlato poco fa, sa esprimersi bene sia con gli strumenti che con l’interpretazione vocale.

Gli altri artisti citati all’inizio di questo post si sono fatti valere: sfortunatamente non sono riuscita a vedere tutto il live dei Giardini di Mirò, che si esprimono di più con gli strumenti della voce ma comunque sia sanno come esprimersi; Massimo Zamboni, un ARTISTA pieno di esperienza e con tante sensazioni da mostrare al proprio pubblico, un po’ come Mara Redeghieri.

Questa del 25 aprile si è mostrata una giornata legata non solo al Ricordo della Liberazione, ma una giornata ricca di Cultura e di Arte che libera i polmoni, e non solo quelli degli Artisti sul palco ma di tutta la gente presente, da tutto l’inquinamento presente nel nostro paese: degli eventi così dovrebbero organizzarli più spesso, anche per far pensare, riflettere o semplicemente distrarre chi non ne ha mai tempo.

[24 apr 2010 | No Comment | ]

65daysofstatic live at Locomotiv, BolognaIl fatto è che i 65daysofstatic possono piacere o no, ma tecnicamente sono dei mostri sul palco.

Partendo da questo assunto, ora parliamo del concerto.

Ora, credo si aver ridefinito al Locomotiv il mio concetto di caldo. Ieri mentre ero a fare la sauna in palestra ripensavo se la temperatura fosse simile e sì, mi son data ragione da sola. Ieri sera ero al Covo e in parallelo direi che faceva quasi molto freddo, sebbene la temperatura lì fosse normale. Quindi tremo alla sola idea di essere nuovamente per gli Health al Locomotiv, perché dovrei fare un misero gioco di parole alla Bagaglino e dire che forse la salute lì rischio di perderla, a meno che non ci vada vestita come di solito vado in spiaggia.

Non dite che non era caldo, ché altrimenti il batterista del gruppo, che si è rovesciato 5 bottigliette da mezzo litro di acqua per rinfrescarsi come quando si suona ai festival.

[naturalmente questa era la parte cazzara della recensione, per avvicinarsi ai gusti del pubblico medio e affinché scattasse un sorriso a voi che esclamerete "vabbé, allora potevo scriverla anche io. Infatti. E ora balliamo di architettura (cit.)]
65daysofstatic live at Locomotiv, Bologna
Ipotesi: se andate a un concerto dei 65daysofstatic pur non essendone fan, pur non avendoli ascoltati prima, pur essendo oltranzisti indie o elettronici, pur essendo venuti al rimorchio di qualcuno rischia, questo concerto, di piacervi. La band suona brani strumentali con inaudita potenza ed eccitante energia, facendo brillare l’oscuro palco con il solo potere delle suggestioni dato dalla loro musica.

Descrivere i 65daysofstatic non è cosa facile, la maggior parte di coloro che ci hanno provato non sono arrivati neanche vagamente vicino a quello che questi ragazzi riescono a fare.

Suonano per un’ora e venti. Stringata, con solo un paio di encore. Piena però, per musica suonata che entra potente e ti coinvolge facendoti scordare che è caldo, che si soffoca e non si può neanche ballare decentemente. Ma loro sul palco sono solidi e mostruosi. Da vedere.

Riassumendo: Il batterista è il più pazzo di tutti, pesta/martella/spacca in una maniera incredibile, sul disco fa un effetto, ma live è davvero di una potenza impressionante, è una riflessione che vale per tutta la band: se su disco vi piacciono live sono molto molto meglio ancora con un sound a cui non riesco trovare altri aggettivi se non: pieno, aggressivo, potente. Menzione d’onore a quello che tra il pubblico ha fatto, a tempo, il TIN TIN TIN.

[anche se, alla data di Milano la nostra inviata ha avuto i vicini che han detto "i miei amici di Berlino han detto che i nuovi brani sono troppo unz tunz", o simili. Quindi ecco, boh, forse la cosa che mettono tutti d'accordo non dovevo scriverla]

Dopo il salto, le foto di Francesca Fiorini. (continua…)

[24 apr 2010 | 2 Comments | ]

Baustelle live @ Alcatraz, MilanoEra un Alcatraz sold out ed entusiasta quello che lunedì sera ha accolto il concerto di presentazione de “I Mistici dell’Occidente“, il neonato album dei Baustelle.

Bastreghi, Bianconi e Brasini hanno diviso il palco non solo con la band pop-rock, ma anche con l’orchestra dei Mistici dell’Occidente: coro, archi, fiati e campane tubolari. È stato proprio l’oboe ad aprire la serata intonando le note de “L’indaco”. L’esecuzione del nuovo album quasi per intero (“L’estate enigmistica” è stata per qualche motivo esclusa) e delle hit degli anni passati hanno mostrato una band in ottima forma, Bianconi in particolar modo. (continua…)

[14 apr 2010 | 43 Comments | ]

Il Palatorino è quel container espanso nella periferia postatomica torinese. E per arrivarci costeggi campi nomadi e fili stesi tra le roulottes. Tutto molto pittoresco. Uno di quei posti che in confronto nell’area delle Stazioni ti senti in maggiore sicurezza.

Menzione negativa al servizio d’ordine, incapace di gestire la situazione creando anche situazioni di pericolo. Inconcepibile dopo che si paga essere trattati così.

Un posto che alla fine si rileverà anche sovradimensionato rispetto ai presenti: un incremento di ragazzine (Twilight?) infoiate ["Tom, ascoltare la tua voce è come avere un orgasmo"] e ragazzini ubriachi che non ti aspetteresti di lunedì. Sì, perché non basta il posto, non basta che Torino non è proprio il luogo più centrale d’Italia, è pure lunedì e altrove in città suona miticovasco e a milano i tokiohotel. Ma ecco, i buoni c’erano.

Drink to me live in PalatorinoAprono i Drink to me. Non mi viene altro da dire che imbarazzanti. Non avrei poi infierito così se il cantante non avesse detto ben due volte “ci sono i nostri cd al banchetto”. La magica frase della band emergente (emergente?) che mi fa partire l’embolo. Ok ragazzi, non ci credevate neppure voi, ve l’han detto 4 giorni prima, avete portato il cugino a farvi le foto e a filmarvi mentre cantavate, però ecco: la dignità almeno. Musicalmente era tutto arrangiato così male che è impossibile dare un commento definitivo.
Per non parlare delle trovate sceniche che nella musica italiana sono state sperimentate da altri (tre allegri ragazzi morti in primis), l’inglese imperfetto, il vocoder qua e là, l’indecisione se allinearsi ai Subsonica o meno. Non so, ho provato sincero imbarazzo per loro. Davvero. Un massacro.
[poi i miei compagni di concerto per di più erano incazzati con loro perché a) hanno provato 300 volte la stessa canzone ritardando l'apertura cancelli b) hanno detto, parafrasando, che s'era un bel pubblico perché non li stavamo mandando affanculo] [sob]

Editors, live in PalatorinoArrivano gli Editors, e suonano un’ora e mezza molto tirata senza pause o altre cose. Quasi come se avessero lasciato il brodo sul fuoco a casa (del resto il frontman, Tom Smith, si presenta con sciarpa al collo e un mood iniziale tra lo scazzato o l’ubriaco, o entrambe. Poi si riprende. Solo che scappano in hotel subito dopo aver terminato e lasciano i fan affezionati un po’ così)

Solo che in quelle 19 tracce spaccano abbestia. Non so che dire, ogni volta che li vedo migliorano continuamente, è un piacere essere una fan di questi ragazzi e vederli migliorare ogni volta. Vederli più sereni e sorridenti, vederli più padroni del palco e delle proprie melodie.
Nella setlist (che potete vedere accanto, un po’ strappata)Editors, live in Palatorino potete notare che in questa porzione di tour sono state inserite la twilightiana -sic- No sound but the wind, A life as a Ghost contenuta in Cuttings 2 e l’inedita Last Day che sarà pubblicata a breve in Belgio, paese in cui gli Editors stanno avendo un grossissimo riscontro di pubblico e critica.

Qualche piccola pecca in un paio di strofe di canzoni (cantate con grande energia a supplire) ma concerto molto coinvolgente. Certo, tecnicamente meno perfetto di quello al Transbordeur de Lyon di cui vi parlammo qui, ma direi che era d’obbligo non perderselo perché complessivamente è stata una prova veramente superba.

Appuntamenti all’Heinken Jammin’Festival e a Italiawave. In uno dei due spera, chi vi scrive, di esserci fortemente.

Dopo il salto, foto di Francesca Fiorini.

(continua…)

[11 apr 2010 | 4 Comments | ]

Wild Beasts live LocomotivIn un Locomotiv curiosamente non abbastanza pieno c’è stata un’accoppiata assurdamente ganza: entrambi prodotti dalla Domino Records si sono avvicendati i Wild Beast e i These New Puritans. Cosa c’entrassero sullo stesso palco la stessa sera? Boh. Però figata, ecco.

Le luci si abbassano e dalla oscurità -che non permette foto decenti per chi non ha ottiche figose- entrano in scena loro: i Wild Beasts, i poeti maledetti del pop di Kendal che sono riusciti a sfondare laddove molte bands della loro regione avevano fallito. Alla loro prima data italiana assoluta, specificano. I Wild Beasts sono senza dubbio una band di cui il piatto principale e’ il riuscitissimo intreccio della voce basso di Tom Fleming e del falsetto di Hayden Thorpe.
Hayden Thorpe, personaggio senza dubbio affascinante, spazia con la sua voce tra le tonalità di un Mika meno sculettante e un Bellamy quando decide di attaccarsi i morsetti e cantare Supermassive black hole. Solo che non è per nulla glamour e come gli altri componenti del gruppo indossa camicetta a quadri e canottiera modello verouomo. Durante tutto il concerto sembra di essere di fronte a dei bravi ragazzi che non vogliono uscire dalle righe, che suonano, cantano in maniera precisa ma che non trasmettono al pubblico visivamente la forza della loro musica. Una scena forse troppo semplice eWild Beasts live Locomotiv pulita che si stacca quasi in maniera sorprendente dai mondi sotteranei e lascivi evocati dai loro testi dove il desiderio carnale incontra il labirinto della distruzione e repulsione.

Anche se i Wild Beasts hanno trovato un suono di una certa new wave degli anni 80 riportando di attualita’ i Cure e i Divine Comedy, e quando lo fanno gli riesce molto bene. Merito soprattutto dell’evocativa voce del bassista. Personali, sinceri, mai manieristici. Un po’ troppo sottotono rispetto a quello che poi esprimono con la musica.

Un’oretta piena e filata di set con due encore, che scorre molto velocemente dalle 22:30 alle 23:30.

[foto e video di Francesca Fiorini]

Poi chiusura della tenda e non-rapido cambio di palco per renderlo ancora più essenziale per il secondo set. I These New Puritans sono un gruppo art rock inglese di Southend-on-Sea. Il gruppo è composto dai gemelli Jack e George Barnett, Sophie Sleigh-Johnson e Thomas Hein. Il sound dei TNPS si rifà a molti gruppi come Sonic Youth, Yo La Tengo e Underworld, ma These new puritans live at Locomotivanche alla scena elettronica di Sheffield e Berlino e a quella rock alternativa degli anni 90. Devo dire che ero molto dubbiosa sull’affrontarli live alla luce del secondo lavoro, che mi ha lasciata piuttosto perplessa.

Entrano gli echi epici di Swords Of Truth, e Jack Barnett sembra sempre più giovane e sempre più magro. Una sorta di Matthew Bellamy malaticcio, e quando ringrazia il pubblico alla fine di ogni brano si fa riverberare la voce senza quasi curarsi di tutto quello che succede. Tutto è cupo, pur essendoci più luce del set precedente (peggiorare era impossibile) i suoni, le melodie. Le percussioni ossessive e sincopate rimandano alla selvaggia urbanità del grime londinese, le movenze di Barnett ricordano i rappers underground degli anni ‘90.

Un concerto che ha penalizzato un po’ l’uso del synth che del suono nu-rave  della musica dei These New Puritans.
La band è salita sul palco sfoderando fin dal primo pezzo un’attitudine sonora più potente e diretta che su disco, che ha saputo mantenere la tensione del live senza fargli subire cali. Sebbene stessero lì, assenti, quasi distaccati dal pubblico. Ma ci sta. Anche.

[foto e video di Francesca Fiorini]

[4 apr 2010 | No Comment | ]

Dopo un anno ritrovo al Covo una band formata da cinque ragazzini: quella dei Teenagers.
A un anno di distanza posso dire che questi ragazzini, quattro ragazzi e una ragazza, sono ancora piccoli e dimostrano al massimo 22 anni, ma non sono più così timidi: sanno intrattenere e anche se le loro canzoncine indie\pop con un pochino di tastiere sono per un pubblico di un’età compresa tra i 14 e i 18 anni, fanno ballare anche chi ha qualche anno in più. Non mancano, ovviamente le groupies, che in tutti i modi cercano di limonare, o farsi notare, dal cantante che scende dal palco più volte.

Alle 23.20 inizia il loro concerto e fin da subito proprio la personcina citata poco fa mostra le proprie doti da grillo saltellante: ha una voce giovane e pulita, escludendo in parte “Homecoming”, la loro canzone più conosciuta, interpretata peggio rispetto allo scorso anno.
Questo è un piccolissimo dettaglio perché le altre canzoni sono interpretate, e non solo dal cantante ma da tutta la band, in maniera veramente semplice e spensierata: il cantante senza paura affronta il pubblico di infoiate, e non, coinvolgendo, facendo cantare e facendo salire sul palco chiunque; questo ragazzo, forse fin troppo magro e non il tipico belloccio, di bellocci nei Teenagers non ce ne sono, riesce a portare tanta spensieratezza e cerca in tutti i modi di parlare in italiano e farsi capire dal pubblico, anche se in un primo momento pensavo si comportasse come Adam Green e si limonasse chiunque incontrasse: per fortuna mi sbagliavo, e dico per fortuna perché bastava che mi muovessi di più per sfiorarlo.

L’acustica al Covo, almeno davanti, è perfetta e quindi il sound che si percepiva era pulito: come ho già detto questa band è veramente semplice e riesce a creare sound leggeri, spensierati e facili da comprendere; non vi sono sound complessi frutto di un uso smisurato di synth, schitarrate e quello che volete.

I Teenagers sono una band pura, sono veramente carini, musicalmente parlando, e sicuramente riportano alla mente un periodo che ciascuno di noi ha vissuto, bello o brutto non importa, ovvero quello dell’essere adolescenti.
Peccato solo per i 40 miseri minuti di concerto costruito intorno a una decina, non penso di più, di tracce: la scaletta era una sola ai piedi della tastierista, ma appena finito il concerto è scomparsa nel nulla.
Mi sarebbe piaciuto restare ancora a ballare con i Teenagers ma sfortunatamente a mezzanotte tutto finisce, anche Cenerentola restò qualche minuto in più al ballo, e questi cinque ragazzini escono dalla sala insieme ad un pubblico abbastanza soddisfatto.

(Foto di Marianna Bavieri).

[3 apr 2010 | 2 Comments | ]

Nell’economia dell’uscire il venerdì sera si inizia ormai sempre più tardi a vedere i concerti, si arriva stanchi, si riparte sull’autostrada con un abbiocco tale da farti apprezzare la temperatura sotto i tre gradi, come ti avverte il bip della macchina.

Al Covo i The Hidden Cameras iniziano tardi (del resto, giracchiavano ancora dopo le prove alle 22:40 lì in giro), tipo alle 23:45. Poi si fanno voler benissimo, pronunciando anche frasi anticlericali (un pensierino al Vaticano ultimamente non lo nega nessuno) e un pensiero anche al presidente del Consiglio (che suonava come vaffanculo pezzo di merda) nel mezzo del concerto, così. Come finire il concerto suonando tra la gente che indietreggia -ma spazio ce ne era- nella sala e la sottoscritta che si ritrova tra trombettista e il chitarrista e non sa bene cosa fare ma si diverte.

The Hidden Cameras, live at Covo, Bologna.
Al Covo -dove poi il gotha dei bloggherz che mettono i dischi si troverà a suonare e ballare i dischi- non c’è moltissima gente. Eufemismo. Al Covo ci sono anche quattro coglioni ubriachi che dicono agli Hidden Cameras di non parlare. Ma del resto i canadesi dicevano cose del tipo graziemille vogliovedertiballare e stop.

Per il resto come sono la band di Joel Gibb, ovvero i canadesi Hidden Cameras? Immensamente fighi. Un collettivo che si snoda tra tradizioni folk e rurali e ritmi e suoni d’oggi. Da vedere? Sì.
Il concerto è stato bello e loro erano fuori come una begonia dal poggiolo: l’incipit metallico standard di ‘Origin Orphan’ dà il segnale d’inizio e uno ad uno i sette canadesi iniziano a salire sul palco quando il loro strumento si immette nella canzone. Joel inizia in giacca e poi si ritrova in canotta della salute.
The Hidden Cameras, live at Covo, Bologna.
La setlist è tutta incentrata, salvo rarissime eccezioni, sull’ultimo album ma al di là delle canzoni eseguite è il modo in cui gli Hidden tengono il palco a destare l’attenzione di noi tutti. Il violinista e Joel tra smorfie, saltarelli, boccacce, pose plastiche e balletti sincronizzati uno più stupido dell’altro. Ridono e fanno ridere. Joel sembra molto vicino al Celentano (quello di anni fa, che cantava ancora bene) che si prese l’epiteto di molleggiato. Si muove e si contorce come lui, e alla fine salta su in consolle a parlare col dj.

The Hidden Cameras, live at Covo, Bologna.Rispetto alla setlist che vedete qua accanto, dice il buon Disorder, in the NA era spostata un paio di canzoni più su, forse c’è un inedito in meno e poi mancano i bis breathe on it e music is my boyfriend. I disegnini eh? Eh.

Riuscite a recuperarli ancora in giro per l’Italia a Firenze, dopo Pasqua. E a Terracina. Sì, Terracina. [Azz]

Altre foto e video di Francesca Fiorini