Live
Francesco De Gregori ha scelto per la sua ultima tourn
ée spazi più raccolti e meno formali: i circoli. Il suo Pubs and Clubs Tour è approdato sabato sera, per la sua terza data, al Fuori Orario dove il principe dei cantautori è ormai di casa.
E per l’occasione il Principe si presenta più in forma che mai: due ore di concerto senza sosta, doppio bis, e la carica musicale di un ventenne. Per questo “Pubs and Clubs tour” De Gregori è voluto tornare alle origini, riproponendo vecchi classici del repertorio reinterpretati in chiave blues e folk. Ad accompagnarlo sul palco una band di 7 elementi che si muovono tra chitarre, violini, organini Hammond, mandolini e ukulele. Forse non irresistibile la corista-violinista.
Un tour che parte senza il dovere di promuovere un nuovo album e questo si vede. De Gregori si diverte sul palco, si scatena, faancora sognare.
Foto di Francesca Fiorini dopo il salto (continua…)
Con Sondre Lerche abbiamo scambiato due righe via mail. Fuori dai denti? Sondre è un musicista di razza, molto meglio sul palco che a comunicare. L’intervista infatti -mode sborone on scusate tanto- dopo gli etti fatti quest’anno mi aveva lasciato un po’ così, con l’idea di un ragazzo che crede tanto in lui e nel suo lavoro.
Come è cambiato Sondre dall’ultima calata italica, quella del giugno 2007 alla casa 139? E’ migliorato. Ha una tenuta del palco da veterano. Da sempre ancora il meglio di se voce e chitarra soltanto, ma anche con una band riesce a convincere totalmente. Generoso, guascone nei momenti in cui ricorda che il suo ultimo video, girato dalla moglie Mona -a cui è dedicato anche il nome della sua etichetta- in cui si vedeva un capezzolo.
Simpatico, spontaneo, un intrattenitore a tutto tondo. Nonché un ottimo cantante indiepop. Non si sente più freschezza nel mainstream pop, invece nelle cantate e suonate del norvegesino c’è tutto questo. Nonché le canzoni vecchie, successicome two way monologue e say it all hanno la stessa freschezza e continuità che si sposa con la nuova Domino.
Sondre riesce a fondere la vecchia arte degli chansonnier, che cantavano al cuore, con la leggerezza e l’immediatezza di un cantautore moderno che si è trasferito oltreoceano per ampliare i suoi orizzonti.
Menzione anche ai buoni Young Dreams che propongono però forse una musica troppo composita, dove invece il less is more -almeno in alcuni brani- suonerebbe meglio e li avvicinerebbe a una Dave Matthews Band alla scandinava un po’ solo più electronica.
Alla fine Sondre si intrattiene nella portineria del teatro. Sorrisi, autografi. E alla fine noi facciamo tanti complimenti personali all’associazione culturale Golden Stage per quello che sta facendo: un posto davvero così bello a Milano dove fare musica, della gente così motivata commuove veramente. Chapeau.
Dopo il salto, foto e video di Francesca Fiorini. (continua…)
Chiariamolo: non direi mai che i Friendly Fires sono la band della vita. Ma avere un loro concerto a tiro e non andarsi a divertire è un peccato di quelli da matita rossa. O Blu? Insomma: fate piangere gisù.
Difficilmente negli ultimi tempi si vede una band divertente come i Friendly Fires. Che si diverte e fa divertire, senza grosse menate, senza la ricerca del pezzo della vita. Dando tutto sul palco con voce, musica e ballo. E ballare, diciamolo, è uno sport: quando ho visto una maglietta con una scritta del genere nel backstage del Frequency Festival è stato proprio mentre andavo a intervistare Edd.
Che mi ha riconosciuta.
Parlando proprio del live l’apertura di Cristian Lavoro (fratello del dj Nikki, in prima fila al Tunnel anchesso) non ci diceva più di tanto, ed è stato riconosciuto anche dallo stesso one-man-band, che invece ci aveva dato un ottima impressione quando aveva scaldato le danze per i The Coral a inizio anno. Ma sinceramente, il filo logico con la musica di stasera era molto più flebile, ma apprezzato dai tre ragazzi (più turnisti, tra cui uno decisamente più anziano degli altri che va a rimpiazzare il 27 trombettista morto proprio a tre giorni dal Frequency)
E per il resto? I Friendly Fires sono i fratellini minori dei !!!, che stemperano l’electro con l’indie pop. E, come il cantante del gruppo dalle interpunzioni, Ed Macfarlane je da de bacino. Si butta a ballare tra la folla, sculetta, muove le pelvi trascinando un po’ tutti e portando l’entusiasmo generale. Del resto, già erano sorti gruppi su facebook circa lo sculettamento del nostro eroe. Sebbene il secondo disco, Pala, sia molto buono ma meno accattivante del precedente la setlist è ben dosata, e sui singoli ci sono diversi singalong e un ottima partecipazione di pubblico. Su tutti: Paris si conferma forse la canzone che ha avuto più presa addirittura del singolone globale del primo disco Jump in the Pool. Pezzi che Hawaian air li segue un po’ molto a ruota, purtroppo.
Bel live, lungo il giusto, con la band poi disponibile coi fan. Non tutto esaurito ma un pubblico piuttosto caloroso.
Mentre per le strade di Milano si consuma la Vogue Fashion Night, ovvero negozi aperti e mare di gente convintissima di avere stile nel vestire riversata nelle boutique, io scelgo di fare quella che va al Carroponte di Sesto San Giovanni per il concerto dei Blonde Redhead. Lo spazio è veramente bello: una grande area all’aperto con punti di relax e ristoro, prato, alberi, bancarelle, libero ingresso agli amici a quattro zampe e l’imponente mole del carroponte illuminato di rosso che si staglia fieramente: è decisamente uno dei miei posti estivi preferiti.
Ad aprire per il trio newyorchese ci sono La Blanche Alchimie, duo italiano che ci propone melodie suadenti e ricercate, direi ottime per introdurre gli headliner che si palesano sul palco verso le 22. I gemelli Pace e la filiforme Kazu Makino vengono quasi subito inghiottiti dal fumo e l’atmosfera, complice anche la “scenografia” scelta dal trio, ovvero poche lampadine collocate qua e là sul palco ad irradiare tremolante luce fioca, si fa subito ovattata e quasi irreale non appena iniziano a suonare. L’atmosfera delicata e la classe sono le caratteristiche di questo live dei Blonde Redhead, estremamente coinvolgenti in ogni sfaccettatura, assolutamente in grado di creare quegli intrecci sonori che ormai virano più verso l’elettronica ma che hanno sempre quell’impronta personale a fare da comune denominatore. E così ci ripropongono brani vecchi e nuovi, tra cui Not getting there, Love or Prison, Will there be stars, Falling Man, tutti sempre accolti benissimo dal pubblico che però riserva un’accoglienza speciale alla bellissima ed ammaliante 23, simbolo di quello shoegaze che nei Blonde Redhead non è ancora morto. Le parole verso il pubblico sono ridotte al minimo indispensabile, nonostante i due gemelli Pace siano proprio di Milano, ed è incredibile quanto il tono di voce parlato di Kazu sia simile a quello cantato. La bella Makino catalizza l’attenzione visiva con i suoi movimenti ipnotici e quelle gambine che gli uomini ammirano e le donne, probabilmente, invidiano.
Possa piacere o no il cambiamento, forse inevitabile, forse dovuto a quella maturità artistica con la quale bene o male tutti gli artisti in giro da più di qualche anno devono fare i conti, che li ha portati ad accantonare le influenze dei Sonic Youth, c’è da riconoscere ai Blonde Redhead una coerenza spirituale ed emotiva fin dal primo disco che non è facile trovare in molte band. Quella stessa coerenza che, probabilmente, ha contribuito a regalarci, questa sera, un live intenso e di assoluta qualità.
(clicca per tutte le foto ai Blonde Redhead)
Frequency 2011 – Giorno 0, 17/08/2011
E dire che il Frequency potrebbe ampiamente rispettare le potenzialità che ha di essere un festival che nulla ha da invidiare a più blasonati “colleghi”. Potrebbe, se solo gli organizzatori si sbattessero un filino di più.
Tipo, se solo mettessero nello staff, in particolare alla cassa accrediti, qualcuno che sappia l’inglese. O, tipo, se solo non iniziassero dal secondo giorno di festival a segnalare sui maxischermi e non con un post it in un angolo del chiosco informazioni gli spostamenti di palco e di orario.
Ma andiamo con ordine.
Atterro in un’assolata e caldissima Vienna in tempo per fare un giro turistico ridotto ai minimi termini prima di prendere il treno per St. Pölten, ridente cittadina poco distante dalla capitale.
Ridente e quasi fantasma, visto che in giro per le sue barocche stradine non è che ci sia molta vita. Ma tanto sono qui per un motivo ben preciso, che non è certo quello del turismo, quindi cena, nanna e pronta per il primo giorno di festival.
Giorno 1, 18/08/2011
Pronti via, due su quattro dei gruppi per i quali, in pratica, sono qui suonano oggi, uno dopo l’altro, sul main stage, che in realtà si chiama Race Stage.
Ma prima di riuscire ad entrare dai cancelli mi attende una coda interminabile alla cassa accrediti causa tizia spaurita che non capisce una parola di inglese e va in panico appena si rende conto che non parli tedesco. Per fortuna almeno gli accrediti ci sono quindi via ancora in coda sotto al sole cocente (god bless cappello di paglia) prima di entrare.
Quando si entra io, che mi aspettavo una location con tanto verde, alberi, prati dove pascolare rimango di stucco: cemento e ghiaia, gli alberi sono solo da cornice ma non donano quasi nessuna zona d’ombra in questa giornata caldissima. Come posto in sé è anche organizzato bene, è che era lecito aspettarsi più verde nella zona del festival, verde che invece si trova (poco) solo in corrispondenza del secondo palco, il Green Stage, appunto.
La sala stampa, in compenso, è un bel posto dove c’è del wi-fi libero e la birra costa 2.50 euro, l’acqua 1 euro e le bibite 2 euro quindi la prima birra è d’obbligo prima di andare a sentire i Cloud Control, che inaugurano il festival e il palco principale. Già visti di supporto agli Arcade Fire a Milano, dove mi avevano positivamente colpita, si confermano anche qui dei bravi musicisti ed interpreti delle loro canzoni pop fresche che allietano l’ancora troppo poco pubblico. Dopo di loro un’altra band-rivelazione di quest’anno, gli Yuck, che come scenografia hanno un lenzuolo con il nome della band che sembra scritto a spray. Anche loro appaiono già bravi in veste live anche se il cantante sembra appena uscito dagli esami di terza media.
A questo punto avrebbero dovuto esserci i Vaccines sul Green Stage, se il giorno prima non avessero deciso di annullare delle date (tra cui anche l’apparizione al nostrano I-Day) che evidentemente hanno reputato meno importanti di quelle in madrepatria e al Rock En Seine, dove hanno regolarmente suonato. Se solo il disco non desse così maledettamente dipendenza farei decisamente a meno di volerli vedere.
Il problema, qui al Frequency, è che questa assenza ha rimescolato le carte sul tabellone degli orari. Che in realtà non sarebbe affatto un problema, se solo gli organizzatori non avessero deciso di rendere noto che al posto dei Vaccines sul Green Stage si sarebbe esibita una band originariamente prevista alle ore 23.30, e pure sul terzo palco, solo tramite un foglietto al chiosco informazioni. La band in questione sono i Mona che io volevo assolutamente vedere ma che, ignara del cambio, ho perso mentre mi godevo Scott Matthew sul palco principale che, nonostante la dimensione festival non gli sia esattamente congeniale, è oltremodo incantevole, con la sua voce intensamente emozionate. Che uno dice, sei caduta in piedi. E’ vero, ma il livello di rodimento per la possibilità negata di vedere la band autrice di uno dei miei dischi preferiti di quest’anno, dopo essermela già persa a Milano per cause di forza maggiore, è comunque alto.
Ovviamente si passa oltre e guardo già a quella doppietta meravigliosa che mi aspetta tra poche ore ma prima ci sono i Two Door Cinema Club al Green Stage, dove sono arrivata dopo un’inutile corsa per cercare di vedere almeno un minuto di Mona. Il set della band irlandese sembra a tratti interminabile però il lavoro è svolto in maniera impeccabile, si divertono e fanno divertire il popolo austriaco che in genere sembra esaltarsi solo su artisti connazionali, quindi missione compiuta. Al termine si torna al Race Stage per non incrociare Kele nemmeno di sfuggita: lo preferivo di gran lunga nei primi Bloc Party.

Tra una birra e un po’ di cibo ristoratore consumato in una delle poche zone d’ombra disponibili, sento di sfuggita Clueso & Band, artista tedesco che, un po’ come tutti gli altri artisti tedeschi presenti, incontra grande entusiasmo da parte del pubblico. E non a torto, devo dire, perchè sa destreggiarsi tra i vari generi che propone in modo decisamente efficace.
E’ però impossibile non pensare a quello che mi attende ora: i National guadagnano il Race Stage e il sorriso sulla mia faccia non si può descrivere. Come non si possono descrivere le sensazioni che mi danno, ogni volta. La totale assenza di canzoni brutte, la totale empatia con il cantato di Matt Berninger che quando urla ti senti scoppiare dentro anche tu. Incredibile. E Available, buttata lì così, come una canzone qualsiasi, mentre il sole sta tramontando, io che mi sento morire e intorno a me austriaci quasi disinteressati che però accolgono con entusiasmo la discesa del frontman nel pubblico per Terrible Love, come da prassi. Sempre un’emozione incredibile e i National spazzano via qualsiasi malumore causato dalle pecche organizzative.
Finiscono i National e l’emozione ancora non è finita, anzi: ci sono gli Interpol a completare la mia personale doppietta dei sogni, i miei amati newyorchesi che ho visto ormai tante volte ma non abbastanza, evidentemente, perchè certe canzoni mi sembra di ascoltarle la prima volta. Sono sempre loro, i “freddi” Interpol dalle canzoni incantevoli, suonano benissimo e la voce di Banks è pressochè perfetta nonostante siano reduci ormai da un tour interminabile, anche se devo dire che la dimensione del festival è a loro meno congeniale rispetto ai club. Un’ora passa veloce, troppo veloce e quando finisce la mia adorata Obstacle1 non riesco a non pensare che non potrò riascoltarla più live per chissà quanto tempo.
Mi ricongiungo con alcuni amici, ancora in estasi per le ultime due band viste e assisto a un po’ del set dei Beady Eye senza scossoni degni di nota, a parte Liam Gallagher col solito parka nonostante i 30 gradi, prima di migrare all’altro palco per i Kaiser Chiefs. La band di Ricky Wilson è soprattutto una live band ma questa sera è piuttosto sottotono, soprattutto perchè ad essere sottotono è il frontman, che di solito salta come una cavalletta da una parte all’altra senza sosta, facendo esaltare i presenti, ma che questa sera sembra proprio non averne: è statico, senza voce, senza energie. Aggiungiamo il fatto che i pezzi nuovi sono tutt’altro che indimenticabili ed ecco che ne risulta una performance abbastanza opaca. Certo, si salta e si canta sui singoloni, come sempre, ma manca qualcosa e spero davvero sia stata una serata storta.
A questo punto ritorno al Race Stage si sta riversando gran parte del pubblico presente al festival perchè ci sono gli headliner della serata, quei Seeed che, per curiosità, mi soffermo ad ascoltare, salvo poi pentirmene praticamente subito. I tedeschi godono di estrema popolarità e la folla è in delirio ma la musica che propongono è decisamente lontana da quello che gradiscono le mie orecchie. I volumi, poi, sono praticamente raddoppiati rispetto alle altre band della giornata e non posso fare altro che scappare a gambe levate verso il mio albergo nel centro di St. Pölten, dal quale posso sentire chiaramente i Seeed terminare la loro performance, con buona pace di chi si lamenta dei volumi di San Siro.
Una volta in hotel scopro le tristi news sul Pukkelpop e un pensiero scosso va, inevitabile, a chi era ed è rimasto lì, e non riesco a non pensare che un anno esatto fa io stessa ero ad Hasselt, a divertirmi, sotto un sole cocente durato tre giorni.
(clicca per la FOTOGALLERY del primo giorno del Frequency Festival)
Siamo giunti quasi alla fine della stagione dei Festival e anche quest’anno, a Bologna, è arrivato il momento dell’I-Day.
Più di festival, però, preferirei di parlare di una giornata musicale con band diversissime tra loro sullo stesso palco.
Per il primo giorno di I-Day, il 3 settembre, le band sono: Heike has the giggles, Morning Parade, The Wombats, White Lies, Kasabian e Arctic Monkeys.
I primi due gruppi li salto per via di orari e per il fatto che dovrò sostenere un’intervista con Murph dei The Wombats.
La mia giornata musicale inizia proprio con gli Wombats.
I tre ragazzi di Liverpool sono cresciuti, sia come persone che come musicisti.
Il genere che propongono viaggia tra l’indie rock, soprattutto quella più spensierata dell’esordio “A guide to love, loss and desperation”, e quella musichetta indie con tastiere e qualche synth del nuovo “This Modern Glitch”.
Un live coinvolgente su cui il pubblico prova a ballare e scatenarsi, ma c’è davvero troppo caldo per farlo sul serio.
Gli Wombats, in ogni caso, si fanno apprezzare ed è sempre piacevole assistere a un loro concerto.
Piccolissimo lo spazio dedicato all’improvvisazione, soprattutto verso la fine, ma buona live band: Tord, al basso, mostra tanta energia e ci regala coretti piuttosto frizzanti; Murph, voce e chitarra, riesce a sostenere un buon live, nonostante la stanchezza; e Daniel, alla batteria, sembra essere un po’ più nascosto ma, alla fine, è sempre presente.
Arriva la pausa tra Wombats e Kasabian, ovvero il concerto dei White Lies.
Durante quest’esibizione ne ho sentite di tutte e di più: “c’è più fila per la birra che gente sotto al palco”; “c’è più fila per andare in bagno”; “svegliami quando finiscono, così mi preparo per i Kasabian”…
I White Lies sono state una delle band più inutili dell’intera giornata: voce impostata, batteria e basso costruiscono lo stesso ritmo monotono e i tre ragazzi sono fermi sul palco come se fossero congelati.
Le tastierine dei brani del nuovo album, che tentano inutilmente di riprendere i New Order, stonano proprio con la loro (poca) voglia di vivere.
Zero presenza scenica e background nero: un’esibizione vuota e senza emozioni.
Una parte di pubblico avrà anche apprezzato tutta questa sezione deprimente, ma vi posso assicurare che la preoccupazione principale è stata: “devo fare scorta di birra”.
Finalmente tutti si rialzano non appena arriva il momento di quei grandissimi tamarri, e non vuole essere un’offesa, dei Kasabian.
Più fighi che mai, mettendo da parte i capelli imbarazzanti di Serge e l’essere troppo sborone di Tom Meighan, i Kasabian regalano uno show strepitoso e brillante.
La scaletta presenta tutti pezzi conosciuti e poco\niente del nuovo album “Velociraptor!”: meglio così, almeno la band lo presenterà con più calma al live del 20 novembre a Milano.
I Kasabian improvvisano di più, il gioco di luci è molto suggestivo e i ragazzi sul palco coinvolgono un pubblico che li accoglie come se fossero gli headliner.
La band guidata da Tom Meighan, rispetto a qualche anno fa, suona meno da album e più da live, proponendo uno show sensuale e veramente esplosivo. Da pelle d’oca.
Passiamo agli headliner veri e propri: Arctic Monkeys.
La band di Sheffield, rispetto al live della settimana prima al Rock en Seine, ha perso un po’ di tono a Bologna: stanchezza? Tour interminabile? Voglia di finire presto?
Un bel concerto, divertente e ben preparato tecnicamente, ma niente di più: si potrebbe dire, in effetti, che gli Arctic Monkeys hanno svolto il compitino.
Arctic molto differenti da una settimana all’altra, però c’è un personaggio sul palco che non ha perso colore e forza fisica: Matt Helders alla batteria, ovvero il solito mostro di bravura.
Per la musica ripeto alcune cose già scritte per il Rock en Seine: brani più Brit si mescolano a un’anima più americana e Rock’n'Roll, creando atmosfere colorate, danzerecce e multiformi; oppure la voce di Alex Turner che si avvicina molto ad album e non rischia ad andare oltre una certa ottava.
Kasabian e Arctic Monkeys hanno regalato davvero tante emozioni (e sudore) ai presenti, che sono rimasti a fine serata senza un filo di voce.
(foto di Francesca Fiorini)
Nel cuore del Piemonte, sulla linea di confine immaginaria che separa le Langhe dal Monferrato, in una terra di provincia profondamente legata al suo eterno scorrere di stagioni e tradizioni, dove settembre vuol dire una sola cosa, vendemmia, ogni anno il segno della fine dell’estate è dato anche da un appuntamento fisso per la musica italiana: il Festival Contro di Castagnole Lanze.
Nato come festival della canzone d’autore con presenze di rilievo da Guccini a Zucchero a De Gregori, Contro è ormai diventato negli anni soprattutto meta di pellegrinaggio e raduno per i fans dei Nomadi: per la volta numero 37 quest’anno il sabato del festival (anche festa patronale di Castagnole) si è chiuso al grido di “Sempre Nomadi”. Una piazza gremita come mai negli ultimi anni, anche a causa di un “calendario favorevole”, che ha visto il gruppo esibirsi per quasi tutto agosto al sud e nelle isole, ignorando per un po’ le proprie radici nordiche, e con i fans club che si sono radunati per la ventesima volta in questo angolo di Piemonte famoso per il barbera, che da buona tradizione dei concerti dei Nomadi non è mancato sul palco, regalato dai fans al gruppo.
Tre ore di concerto chiuse a tarda notte, precedute come ogni anno dalle tante iniziative di solidarietà, quest’anno a favore del centro di Candiolo, e dalla banda di Govone, piccolo comune poco lontano, che ha scaldato la folla (in una serata inspiegabilmente iniziata con 32 gradi e finita con 15) suonando le canzoni dei Nomadi in modalità banda di paese, prima che sul palco si presentasse il gruppo accompagnato in alcuni brani anche da Irene Fornaciari, con cui già duettarono a Sanremo 2009 con “Il mondo piange”, riproposto sabato sera.
Da quando a cantare nei Nomadi è Danilo Sacco, originario di Agliano, a pochi minuti di macchina da Castagnole, il Contro Festival ha assunto anche un carattere particolare, più intimo e famigliare per il popolo nomade ed i numerosi fans club piemontesi, diventando di fatto il terzo appuntamento immancabile per i fan duri e puri.
Un gruppo arrivato a dire il vero un po’ stanco dal tour estivo, con una scaletta che come ogni concerto ha spaziato dall’ultimo album di brani rivisitati, “Cuore Vivo”, toccando tutto il repertorio dagli anni ’60 ad oggi (scaletta però un po’ troppo simile a quella del tour estivo, senza le immancabili chicche delle grandi occasioni), con una piazza che ha più volte dato il ritmo dei bis ed accompagnato con coreografie fatte in casa ma organizzate (giorni e giorni per togliere coriandoli finiti nei punti più improbabili). Immancabile il trittico finale Canzone per un’amica – Dio è morto – Io vagabondo, quest’ultima preceduta dalla lettura delle tonnellate di striscioni e biglietti arrivati sul palco.
Storie di vita, di sofferenze ma anche di amore ed amicizia di un gruppo ed il suo popolo, con un flusso di comunicazione ininterrotto sul palco ma anche prima e dopo il concerto o tra un concerto e l’altro, coi fans che seguono la carovana che inizia col camion bianco e la scritta Nomadi, pronti ad un’altra festa di paese, un’altra sagra, altro vino ed altri striscioni, schivando il glamour e le luci della ribalta, in un viaggio che dura ininterrottamente dal 1963.









