Live
No, ma dai, parliamone. Il Frequency Festival, che è il principale Festival Austriaco, è un po’ nel vasto girone dei festival di serie C europei. Sopravanzato da Benicassim, alla pari di Sziget. Ed è una figata cosmica, perdonatemi il giovanilismo. Loro in dieci anni hanno imparato come si fa i festival, non so bene se perché è questione di DNA o furbizia del mestierante, c’è da dire che da quando il Frequency non era ancora Frequency ma qualcosa tipo Vienna city festival di strada ne è stata fatta. Da un palco con diecimila persone a 150mila persone e tre palchi. Insomma, diciamo dall’I-day al Rock am Ring, suvvia.
L’unica costanza è l’organizzazione, fmservice, e la Radio FM4, la radio austriaca di rock alternativo ed elettronica più seguita dai giovani tedescoaustriaci. Non deve stupire dunque se anche il target del festival oscilla tra sedicenni (sedicenti) e dignitosi pensionati tatuati. Virgin, provaci anche tu.
Per il decennale hanno messo giù pesante la lista degli headliners dei tre giorni rispettivamente: Muse, Massive Attack, Die Toten Hosen, un nome, quest’ultimo, poco sconosciuto al di qua delle Alpi, ma visceralmente seguito aldilà. Come dire Max Pezzali se avesse suonato dall’epoca dei Pooh. Inoltre una fortissima impronta emo&punk di tutti i gruppi chiamati sui due palchi principali durante le tre giornate: dai Billy Talent ai Thirty Second to Mars, passando per Bad Religion e NOFX. E si sa che la minoranza emo d’oltralpe la comanda e in questo caso specifico l’ha comandata in fatto di vendite. Però tanti passaggi indie sotto, nel palco secondario e alternativo. Insomma, un occhio al guadagno (120 euro il pass per 3 giorni, compreso campeggio) e uno anche a fidelizzare il pubblico: ve l’ho detto dei ragazzini che hanno le braccia zeppe di braccialetti degli anni precedenti e a cui se chiedevi le lineup vecchie te le snocciolavano a mo’ di rosario? Ecco.
Appena si arriva in città ci sono tutte le frecce da seguire. Io (grazie ai colleghi Werner e Chris) devo seguire le frecce arancio dizione Presse. Si arriva lì, e sembra un incrocio tra un festival musicale e la grande scampagnata di paese. Tutti in fila fino alla precisione, passano prima al controllo (niente vetro in tutta l’area e se raccogli 12 lattine hai mezzo litro gratis, tutto ciò per diminuire i rifiuti) e sono carichi di lattine di birra da costruirci palazzi, tende e stereo anni ottanta, ragazzi a torso nudo che si scrivono a pennarello il nome del loro gruppo preferito. Una frenesia pre-festival che si riversa, potenziata, fino alla corsa iniziale delle 13 ai cancelli, .
Quest’anno ci sono due grandi palchi, il Race Stage e il Green Stage, più uno interno, nettamente più piccolo, per gli show meno barocchi, il Weekender-Plinng stage. Il fiume traisen a dividere i due palchi e creare attorno (molto attorno ai cepugli c’erano diciamo i vespasiani aggiuntivi, via) e una grande area-tendopoli creata dagli stand di tatuaggi, magliette rock-trash, cappelli, piercing (un camper-studio itinerante), un tendone bianco sponsor by Camel con costante musica house-dance, l’immancabile palco Jack Daniels con sfide a Guitar Hero, ma soprattutto, sparsi nell’arena del Race Stage, innumerevoli camioncini di Junk Food e gazebo Zipfer, l’unica birra da 4 euro che disseta come l’acqua e non ubriaca. Ti credo, è una marzen. Ma vabbé, non moriremo di fame, si presume.
Se al Salzburgring pioveva sempre qui invece ci accoglie una giornatina calda. Coperta, ma calda. I giorni successivi sarà peggio. Ma successivamente vi parleremo anche di musica, tranquilli.
(continua)
Serj Tankian due volte in dieci giorni. Tu dici, la fortuna. Sentire un set corto in un festival, uno di quelli che gli artisti si preparano per poter piacere un po’ a tutti e sentire un intero set, bellissimo, che non finiva più all’Estragon. Dove si sudava ma si vedeva Sergio felice, che ci diceva che questo era l’ultimo appuntamento del suo tour europeo. E non so perché ma gli artisti all’ultimo appuntamento di un tour danno così tanto cuore e anima che è un peccato perderselo.
Serj Tankian è uno per cui poter usare la parola artista. Lontano anni luce dal cliché della rockstar annoiata in cerca di avventure extra-band, il cantante e compositore di origini armene, nato a Beirut ma californiano d’adozione dimostra una consapevolezza e una lucidità rare, musicalmente e non. Si presenta sul palco con una backing band (i Flying Cunts of Chaos, dei quali fa parte anche un nostro connazionale, il napoletano Mario Pagliarulo), due coriste, un sestetto d’archi italiano. Tra rock, jazz, musica sinfonica, elettronica e altro, spuntano in alcuni brani disegni di archi dal sapore spiccatamente mediorientaleggiante: che – in futuro – la world music possa trovare più spazio all’interno dei lavori di Tankian.
Così è anche con i supporter, azzeccatissimi, i Viza. A metà tra Tankian e i Gogol Bordello scaldano la folla e non sono né noiosi né scontati. Bravi, compatti, trascinanti.
Poi entra lui, Serj, che fa quasi due ore complete di concerto, con la sola (solita noia dell’Estragon) di qualche problemino audio, che lui risolve scontrandosi con la sua educata piacevolezza col fonico di palco. Non è né il primo né l’unico, lì. Ma c’é la band rock, l’elettronica e l’orchestra, e far girare il tutto contemporanemente dal vivo è stato forse l’aspetto più complesso nella preparazione dei live. Ma gira da dio. Se a Sankt Polten l’abbiamo sentito quasi accademico nel cantare qui in Italia, che ci conferma di amare, mette tutto il cuore, si diverte e fa divertire, fino ad arrivare prima dell’encore con quella Empty Walls del video sopra che ti fa sentire parte di lui, della sua musica, di chi sta vedendo il concerto con te, di tutto. Quasi mistico. Totalizzante.
Le suggestioni della prima giornata dell’I-Day Festival di Bologna con le immagini degli Arcade Fire, Modest Mouse, Fanfarlo. Concerto memorabile per molti.
Foto di Marina Ravizza.
Dolce, sorridente, entusiasta e disponibile. E una ragazza dalla voce d’oro e tanta simpatia. Vi alleghiamo sotto foto e qualche video della bella serata all’idroscalo, tappa iniziale del tour italiano.
La sottoscritta ha sentito solo due canzoni dei Groove Armada. Impossibile quindi scriverne. Da quel che ho sentito mentre mi avviavo verso la mia macchinina erano perfetti nella loro plasticosità. Li ho così persi di vista però che non ricordavo neppure fosse uscito un loro lavoro recentemente. Shame on me.
Tolto questo primo cospargimento di cenere dal capo possiamo raccontare di una giornata di 12 ore passata al caldo di Livorno, in un festival graziosamente radicato nella cittadina toscana ma un po’ dislocato in giro, e con il caldo molte cose vanno a perdersi, in un delizioso Psycho Stage a vista sul mare dove però si muore (e purtroppo chi vi parla ha una resistenza al caldo molto minima)
La sottoscritta quindi tenta di andare per interviste. Qui si erano chiesti gli Ok go, gli Editors e Brunori SAS. Si presenta sul tardi solo l’ultimo: disponibile, ironico, autoironico. Una conferenza stampa che dura circa 20 minuti (dice il registratore, almeno) e sarà sbobinata più in là ma in cui il buon Dario parla della sua azienda, della sua musica, delle sue influenze. Ci rinfranca, a noi che siamo lì e ci vengono snocciolate percentuali su chi probabilmente può presentarsi alla conferenza stampa. Piano piano alle 19 capiamo che è nessuno, e davvero se la mia giornata lì sarebbe dovuta basarsi sul materiale carpito dalle interviste sarebbe stata buttata via. Ah, era quello il mio obiettivo? Dai? Ops.
Poi verso le 19 entra il pubblico con la grande corsa verso la transenna. Il Picchi è davvero deserto. Mi dicono che il giorno prima c’era davvero anche meno gente. Anche meno? Ed era gratuito. Oggi costa 22 euro, e fino alle 22 ora in cui gli Editors -forse considerati dagli acquirenti i veri headliner- lo stadio non si riempie oltre la trentesima fila. Poco pubblico, peccato. Perché il rendimento cantanti/prezzo era davvero favorevolissimo (nonché Livorno è meglio della laguna veneta, che ve lo dico a fare)
Ad esempio quando hanno iniziato a suonare i Playmobil from Chernobyl eravamo davvero pochi. Non li conoscevo e mi hanno colpito del tutto, e non vedo l’ora di recuperare i loro lavori. Bravi e convincentissimi a suonare. Mi hanno davvero convinto.
Poi segue Brunori SAS, con un set medio che porta le sue canzoni di successo e la sua simpatia. A pubblico purtroppo siamo sempre lì, non tantissimi, e non molti conoscevano Brunori ma si è fatto apprezzare subito dal pubblico in quel di Livorno.
Iniziano poi gli Ok Go e piano piano la gente ad ascoltarli aumenta (del resto è un po’ più sera e non c’è più luce da mare) fino ad arrivare a questo pubblico qui sopra. Gli Ok go mi sorprendono non avendoli mai visti dal vivo sinora: straordinari. Perfetti nel contatto con il pubblico, eccezionali a suonare le canzoni del loro album non facendole sembrare uguali al disco. Bravissimi. Specie per l’intermezzo con le campane.
Per gli Editors che verranno dopo sinceramente (all’ottavo concerto in tre anni) ho idee altalenanti: mentre nei precedenti concerti il frontman Tom Smith era più calamitatore di attenzione degli altri ora gli Editors iniziano ad essere più band completa che riesce a tenere un concerto perché si basa su tutti e cinque i componenti. Smith sbaglia tempi e scazza qualche nota ma gli altri riescono a far girare il tutto al meglio.
E fanno un set lunghissimo per essere un concerto da festival.
[setlist degli Editors a lato]
Foto di Francesca Fiorini e Graziella Mattei, dopo il salto.
(prima foto della giornata, poi foto degli Ok go, poi degli Editors) (continua…)
Non oso immaginare come sarebbe stato se questo concerto si fosse tenuto davvero ai Magazzini Generali, come inizialmente preventivato: contando che non posso strapparmi la pelle come Robbie Williams nel video di Rock Dj credo mi sarei versata addosso tutti i cubetti di ghiaccio disponibili al bar, come minimo.
Per fortuna la location è stata spostata al Magnolia, che non è che sia il posto più fresco della terra, ma almeno si è all’aperto. Controindicazione principale: zanzare. Mi preparo quindi alla serata innaffiandomi di Off nè punti nè unti e devo dire che lo slogan mantiene le promesse: soddisfazione. Sono così pronta per questa ventata di allegria in una torrida serata estiva milanese. Due band del genere insieme, la stessa sera, non capita tanto spesso e le aspettative sono alte.
I Beach House iniziano puntuali alle 22.15: la carismatica Victoria Legrand, folta chioma riccioluta e sguardo fisso nel vuoto ma colmo di personalità al tempo stesso, e Alex Scally, chitarra imbracciata e spesso seduto su uno sgabello, accompagnati da un batterista e da quelli che sembrano ombrelloni pelosi sparsi qua e là on stage, mettono in scena 45 minuti di dream pop caratterizzato dalla voce particolarissima della metà femminile del duo, vero e proprio punto di forza insieme alle sonorità sfuggenti ed ammalianti caratteristiche della proposta musicale dei Beach House. Molto bravi, alla lunga forse un po’ ripetitivi, sicuramente da consigliare.
Alla fine del set Victoria, osannata da gran parte del pubblico maschile, si concede ai fan per una sessione di foto e autografi, e questo la riporta un po’ tra noi comuni mortali.
Mentre aspetto i Midlake mi concedo una birra e mi dò un’altra spruzzata di Off perchè le zanzare di tana all’idroscalo sono particolarmente agguerrite.
Un applauso convinto accoglie il collettivo Midlake: si, ho detto bene, collettivo. Sono in 7 sul palco, con le loro barbe e baffi e camicie a quadretti, con le loro chitarre e i loro flauti, tutti in fila (a parte il batterista, ovviamente) e con Tim Smith, vocalist principale, defilato sulla sinistra.
Già, flauti. Solo con i Midlake può capitare di assistere a una performance che alterna ed unisce chitarre e flauto, anzi a volte doppio flauto, a creare quegli intrecci musicali peculiari dell’ultimo “The Courage of Others”, così diverso dal bellissimo predecessore ma live così intenso.
E’ un live inebriante, quello dei Midlake, caratterizzato da arrangiamenti spesso coraggiosi e coronato da una meravigliosa “Roscoe” che manda in visibilio il pubblico (a dire il vero non numeroso come una serata con una doppietta del genere poteva far prevedere), così come una “Van Occupanther” che denota come l’album da cui è tratta sia ormai diventato un piccolo classico da custodire gelosamente, cosa che a quanto pare sorprende un po’ la band stessa che forse non si aspettava tanto calore.
Chi ha voluto stoicamente sfidare gli insetti più fastidiosi del pianeta, quindi, è stato ripagato con un concerto dall’atmosfera prevalentemente seventies e a tratti magica, scandita da una batteria e un basso dirompenti, guidata dalla vocalità misurata di Tim Smith che si fonde con tutto il resto, Smith che lascia gli assoli di chitarra a un compagno di palco che se la cava ottimamente, anche se a volte dà l’idea di volere un po’ strafare.
Soddisfazione aleggia nell’aria dopo la conclusiva “Branches”, il pubblico si dilegua piano piano: le zanzare non vanno a dormire, io si, e magari stanotte mi ritroverò a sognare la terra di mezzo, con le sue foreste e i suoi ruscelli, e i Midlake di sottofondo.
E’ dal concerto dei Mogwai a Bologna del 2009 (il mio personale metro di misura a tutto) che non aspetto un live con tanta ansia e tante aspettative. Non ci ho indovinato per niente (come al solito) perché è stato molto meglio: puro ed essenziale, come vorrebbe essere un agognato ideale di vita.
Il concerto al parco della villa vescovile di Bovolone (VR) è stata la prima tappa del tour italiano di Micah P. Hinson che ha toccato le città di Pistoia, Ferrara, Roma e Torino e il secondo appuntamento della rassegna Verona Folk 2010, sesta edizione del festival organizzato dall’assessorato alla cultura e all’identità veneta della provincia di Verona. E’ stata un’esibizione un pò fuori dal comune, un vero e proprio “one man show” acustico di circa due ore, in cui le canzoni tristi e cariche di immagini di un delicato tepore sono riuscite ad essere valorizzate al meglio davanti ad un pubblico che continuava ad accorrere, attratto da questo pifferaio di Hamelin molto sopra le righe. Perché il nostro caro Micah ha dato molto spettacolo, soprattutto nella chiacchiera, il cui esordio è stato:
Micah: “You live in a beautiful city…”
Pubblico (coro): “Oooohhhh… (sarcasmo) …” (ovvio, eravamo nella bassa veronese, mica a Parigi)
Micah: ” … Well, I come from a totally shit!”
E’ stato un concerto bello nella fatica costata nel seguirlo. Innanzitutto con il gruppo spalla, UnePassante, che propongono delle canzoni pop folk pieno di orpelli sonori o, per citare il parere dell’amico musicista, “less is better” (ma siamo entrambi ancora convinti di dare una chance d’opinione al progetto palermitano con un ascolto su disco). Complici l’afa, un esercito di zanzare e degli altoparlanti che diffondevano house music da non-so-dove, siamo arrivati all’inizio dell’esibizione di Micah distrutti. Lui ha iniziato a suonare a testa bassa, veloce con la sua piccola chitarra “che uccide i fascisti”, in preda a movenze compulsive tra il Curtis e il primissimo Costello e ad una frenesia nello spuntare la scaletta che teneva vicino al microfono. C’è stata poi un’imposizione poco gradita del duetto con la moglie Ashley con tanto di bacetto finale, che è certamente sulla strada della santità (alla fine del concerto è andata persino a recuperare il foglio della scaletta), ma è senza dubbio lontana da quella del canto.
Tutto questo teatrino costruito attorno ad una personalità istrionica non riesce tuttavia a distrarre dalla bellezza della voce e dei testi del cantautore americano, considerato giustamente uno dei migliori sulla piazza. E non potevi fare a meno di ritrovarti a canticchiare Take Off That Dress for Me e di sentire un urlo da dietro che chiede Diggin a Grave e trovarti d’accordo. Sebbene mi si sia spezzato il cuore a sentir cominciare Drift Off To Sleep (la mia preferita) per poi essere interrotta bruscamente con una sequenza di improperi, tutto era come avrebbe dovuto essere: vero.
Qualche foto qua.

















