Live
In cosa consiste fare la differenza, ora, nel rock? Possiamo dire che non c’è bisogno di essere innovativi per essere geniali, specie dopo il trionfale concerto dei Black Keys di Milano lunedì’ sera. Il duo rock americano che anche live conferma di essere all’altezza delle righe di inchiostro intrise di complimenti che si stanno sprecando sul loro ultimo lavoro, El Camino, Due onesti lavoratori della musica: capaci,diretti ed essenziali come spesso il rock oggi non è.
Poco le 21.30 Dan e Patrick salgono sul palco sold out dell’Alcatraz, dopo il set del gruppo spalla Portugal The Man. Il cantante e chitarrista hanno dietro di loro, defilati, i due turnisti al basso e alla tastiera. Parte il primo pezzo in scaletta, la funkeggiante “Howlin’ for you” ma la voce di Dan Auerbach non si scalderà purtroppo fino a metà set. Questo non sembra fermare l’entusiasmo dell’eterogeneo pubblico presente, da ventenni che probabilmente li hanno scoperti con la hit radiofonica “Lonely boy” che verrà suonata proprio in chiusura del set regolare quando il pubblico balla e si diverte anche in contrapposizione ai pezzi che l’hanno appena preceduta, come “Ten cent pistol”, ballata soul lunga e ammaliante, che ci mostra come anche le trovate sceniche sono basiche ma efficaci: verso la fine il pezzo le luci sul palco si spengono per diversi secondi, per poi ripartire all’improvviso sul finale. In fondo un po’ il paradigma della band, in tutto questo: i Black Keys riescono a rendere anche le cose semplici e banali emozionanti.
Ma nella folla c’erano anche alcuni rocker italiani e tanti addetti ai lavori, presenti e pronti quasi a carpire e capire il fenomeno del momento, che non è un fuoco di paglia ma il frutto di lungo lavoro e passione per la musica. Ventun pezzi suonati, quasi tutti dall’ultimo album e dal precedente “Brother”, e alla fine le luci si spengono prima delle 23.30, ma i Black Keys dovrebbero tornare nel nostro paese ad agosto, anche perché l’anno scorso furono costretti a cancellare il loro tour europeo. Nel frattempo sono attesi in primavera come headliner del festival indipendente americano Coachella «Dopo sei partecipazioni da spalla ora suoniamo per ultimi: nel frattempo i nostri show sono sempre più pieni di pubblico, è una fortuna incredibile ma in dieci anni di carriera crediamo di essercela meritata. E se qualcuno storcerà il naso per il nostro successo, non ce ne importerà nulla» aveva dichiarato il batterista Carney. E a sentire ieri sera il live, al di là dei tormentoni radiofonici, la band si merita in pieno questo momento.
Lo scorso 13 gennaio, presso il B-Side di Cosenza, ho avuto la piacevole sensazione di scoprire che lo scenario Britrock, in Italia, non è assolutamente morto, anzi! Ho avuto la piacevole scoperta di trovare un gruppo di miei (quasi) coetanei, una band britrock nata proprio negli anni della seconda giovinezza di questo filone musicale (metà anni 2000!), ma soprattutto una band che ha assorbito il meglio della perfida Albione proprio come una spugna asciutta sull’acqua.
Signori e signore il nome di questa band è, per chi ancora non lo conoscesse o non lo avesse capito, The Hacienda!
Il venerdì, sopra citato, ho avuto l’occasione di assistere per la prima volta ad un loro live show; prima di allora avevo sentito parlar bene di loro, “hanno aperto ai Beady Eye, ai Kasabian ecc..”, ho ascoltato le tracce del loro album, Picking pennies off the floor (Black Candy Records 2011), ma mai ascoltati live. Prima del loro show, ho avuto modo di intervistarli o, meglio, di far due chiacchiere con loro.
Ascoltando le loro canzoni ho avuto la sensazione di trovarmi davanti un mix tra Arctic Monkeys, Corals e ovviamente chiedo le loro influenze: Oasis, la musica inglese dei ’60s, le nuove leve dei primi anni 2000, ma ancora tanto altro.
Passiamo a parlare delle loro esperienze su i grandi palchi, quelle divisi con i Beady Eye, i Kasabian, tra gli altri: ovviamente una grande, grandissima esperienza e tanta emozione.
Negli anni hanno avuto anche occasione di fare un tour nel Regno Unito, dove l’approccio del pubblico era differente da quello italiano; anche la gente era di età più grande, gente che aveva magari visto e vissuto concerti e band di cui, noi giovani, apprendiamo dalle varie fonti a nostra disposizione. Proprio in uno di questi live, si trovava ad ascoltarli Andy Rourke degli Smiths, che successivamente li ha invitati e intervistati per ALL FM Radio.
Appassionati dalle esperienze di questa terra, mi confidano il progetto di trasferirvisi almeno per un anno, nello specifico, a Chorlton, nei pressi di Manchester. Tra i progetti futuri anche la ristampa in vinile di uno dei loro lavori, con l’aggiunta di una cover soul, e successivamente un tour con i Weeman di Carlo Pastore.
La chiacchierata è lunga, specialmente perchè sono un fan del britrock in mezzo ad altrettanti fan(!), ma ad un certo punto dobbiamo fermarci: devono prepararsi per salire sul palco.
Un’ultima domanda: cosa ascoltano gli Hacienda ultimamente o un disco consigliato?! La risposta: Balck Keys, El Camino!
Passiamo ora al live, che anticipa il djset del poliedrico e “flanelloso” Fabio Nirta e su cui tornerò a parlare tra poco.
Scambio di complimenti tra l’organizzatore e il gruppo, legati da una passione per il Wrestling, il gruppo inizia carico con You Might Be Wrong, prima traccia del loro album.
Professionali, precisi, carichi, impeccabili e a tratti trascinatori; dico a tratti perchè alternano canzoni più rock a canzoni più pop, accompagnate, anziche dalle distorsioni delle chitarre elettriche, da chitarra acustica e a volte, anzichè la tastiera, una diamonica!
Impeccabili anche i fonici, ormai esperti, del B-Side di Cosenza.
A metà scaletta 1 AM, uno dei pezzi più conosciuti della band e sicuramente uno dei pezzi con cui difficilmente riesci a stare totalmente fermo: io stesso, nonostante fossi intento a “gustarmi” il live, avevo difficoltà a tener fermo il piedino e le braccia che cercavano di seguire a tratti il movimento di quelle del batterista a tratti quello delle chitarre!
L’elemento caratterizzante, sicuramente, di questa band è l’uso dei cori, precisi, mai invadenti e ben azzeccati, che non stonano mai e che sono presenti in tutte le loro canzoni.
A testimonianza delle loro capacità, la richiesta di organizzatore e pubblico di fare un bis: la voglia era quella di riascoltare l’intera scaletta, la possibilità è stata quella del bis di tre brani. Spicca, tra le 16 canzoni della scaletta, Here in the sand, brano accompagnato dalle linee melodiche della chitarra acustica e vicina al sound dei Verve di Mr Ashcroft.
Se dovessi dare un voto a questo live sicuramente sarebbe un bell’8!
A fine live faccio i complimenti ad ognuno di loro per la propria prestazione e ci salutiamo con l’augurio di rivederci ad uno dei prossimi live!
Come anticipato, una piccola nota sull’organizzazione: scambiando due chiacchiere con l’organizzatore dell’evento, Fabio Nirta, mi accorgo e mi racconta di quanto sia difficile organizzare qualcosa di simile in un contesto dove sei l’unico a muoversi e a darsi da fare per offrire al pubblico varietà e qualità di artisti: un grande grandissimo applauso a chi lavora seriamente per il nostro, di tutti, intrettenimento!
Scaletta:
- You might be wrong
- Little boy
- Yesterday’s paper
- We’re supposed to be
- Nova
- 59
- Mexican salad
- Last bus
- 1 AM
- Time machine
- Here in the sand
- Mrs Nobody
- Later on demand
- Conversation less
- Heat wave
- Sundown
Prima di tutto: se siete di Torino, se vi piace la buona musica elettronica (per una volta targata Italia), se volete passare un’ora in compagnia di buona musica, domani sera andate, anzi correte a vederli al Blah Blah. Poi, se siete di altre città, se dopo aver letto le righe seguenti e se vi è venuta voglia di sentire un buon concerto, andate a leggere se siete tra le poche città fortunate ad ospitare un loro live.
Dopo questa premessa posso iniziare. I Don Turbolento, con il primo disco non mi avevano fatta impazzire; si sentiva che c’era qualcosa di buono, ma ancora non espresso al massimo. Invece con il secondo disco, Attack!, è proprio tutta un’altra musica. E nel live si sente eccome. Li ho visti venerdì scorso al Latte+ di Brescia, giocano in casa e si vede che il pubblico gli vuole bene. Iniziano con la prima traccia del disco, What I CAN, che qui fa una specie di introduzione a tutto quello che ha da venire. Poi da lì si parte, con i ritmi accellerati e come se fossimo in corsa, ma di quelle che si fanno in discesa, dove più si corre e più si prende velocità. Uno dopo l’altro, i brani di Attack! si susseguono, anzi si rincorrono. L’accattivante Attack!, la teutonica Tanzen Dusseldorf, Evil Heaven,quella che a me ricorda tanto i Pulp, che qui sembra dare un po’ di respriro in questa corsa che stiamo facendo, mentre fuori c’è il gelo per terra, dentro sembra di essere in un prato enorme a luglio!
Però non è ancora finita, dopo aver preso fiato riprendiamo a muoverci con Don’t talk, SMS in a bottle, Don T, This time e Mean it. Ancora una pausa con la stupenda Desert Line, che nel disco è accompagnata dalla voce di Max Collini e che dal vivo, purtroppo manca.
Come dicevo un’ora di concerto che vale davvero la pena di vedere e non mi resta che sperare che aggiungano altre date per poterli rivedere, anche perché sarei curiosa di vederli in contesti un po’ più grandi come il Tunnel qui a Milano.
Venerdì sera ho assistito al concerto di una delle band più in voga negli ultimi mesi, almeno per quanto riguarda il genere Post-Punk Revival e Art Rock: i giovanissimi S.C.U.M che presentano sul palco del Covo il loro (bellissimo) esordio “Again Into Eyes”.
Di questa band hanno parlato in tanti, sempre in maniera molto positiva come se fossero l’innovazione in carne e ossa, ma, come dico sempre, è live che bisogna testare la validità e la grandezza di una band.
Gli S.C.U.M sono capitanati da Thomas Cohen, frontman che sul palco ricorda, e non poco, Faris Badwan dei The Horrors.
Sfortunatamente il live non mi entusiasma granché, sonorità a parte che riescono sempre e comunque ad attirare la mia attenzione forse proprio perché uno dei generi che più adoro: sono la copia più giovane della band di Faris; la voce del frontman inizialmente non si sente e, quando finalmente le questioni tecniche si risolvono, arriva un Brian Molko con un palo ficcato chissà dove (immaginate) che canta; addirittura anche Huw Webb si muove come il fratello (Spider Webb).
Quello che infastidisce di più della band, oltre alla voce che si spera possa migliorare con l’esperienza, è il loro atteggiamento sul palco; cioè: sono davvero una seconda versione di altre band del genere (sound ripetuti e giochi di luce copiati che creano le atmosfere evocative tipiche di questo revival) e questo può far pensare a una ben poca immaginazione e creatività.
Gli S.C.U.M non sono da escludere completamente come live band, poiché si possono prendere in riferimento le sonorità, nonostante siano ben lontane dall’innovazione e vengano ripetute più volte nel corso dello show, molto cupe, sognanti e in grado di coinvolgere i presenti; inoltre si nota l’energia della batterista, l’unica che improvvisa leggermente di più rispetto agli altri componenti, e l’espressività del gruppo che mostra -almeno- qualche piccola emozione.
Potete amare la bellezza del frontman e potete giustificarli con il fatto che si dedicano a un genere che non sempre “suona bene” in certi locali, oppure con un ” ma sono giovani e hanno bisogno di esperienza”: questi ragazzi devono trovare una propria strada da seguire e suonare live il più possibile, o si può affermare con sicurezza che sono solo la solita band revival da studio.
Eccovi le foto del concerto di Firenze scattate dalla nostra Laura Pietosi.
I concerti hardcore sono qualcosa che è bello godersi nell’inferno sonoro e sudato delle prime file ma sono ancora più succosi se contemplati ad una certa distanza. Le onde sonore rimangono ad un livello di potenza talmente autorevole che l’orlo dei pantaloni rimane comunque in vibrazione continua, ma lo spettacolo del gruppo che ‘ci dà dentro’ è qualcosa di irrinunciabile! Quella lontana sera di fine ottobre, in quel indecente scantinato che è lo XoYo (orrendo), i giapponesi Envy hanno aggredito con decisione le mie orecchie e la mia mente mentre penzolavo nel mio angolino preferito. Loro intanto si dimenavano, urtando (in)volontariamente contro colonne e muri, impegnati nel far uscire tutta la loro musica su quel microscopico palco.
E’ comprensibile essere spaventati da una definizione quale screamo (per dirla in breve, è un sottogenere del harcore punk con stretti legami con emo e post hardcore/punk/rock), soprattutto se proveniente da un Paese così diverso come il Giappone. Il fatto che chi li pubblica in Europa sia l’etichetta Rock Action (quella dei Mogwai <3) aiuta tantissimo a formulare un giudizio iniziale. La musica che ci offrono i nostri amici nipponici presenta le stesse caratteristiche degli alfieri di Glasgow e, in parte (soprattutto in Recitation), dei loro compari texani, gli Explosions in the sky: muri sonori insormontabili e densi, spezzati da pause struggenti e puntellati dalla parlata/urlata assolutamente incomprensibile (per me) di Fugawaga Tetsuya. Tuttavia la sensibilità della proposta si discosta dai riferimenti occidentali per prendere una piega di estetica zen. L’idea che mi sono fatta è che la bellezza dei particolari da cogliere è grande ma estremamente eterogenea e riuscire ad entrare nel corretto stato d’animo per percepire i singoli elementi come sistema durante il live è stato impegnativo. Infatti il mio livello di coinvolgimento ha tardato fortemente a raggiungere l’apice e la scarsa durata del concerto (una piaga che si sta diffondendo senza sosta) non ha aiutato.
In ogni caso tanto di cappello agli Envy che hanno presentato una setlist (questa) senza cali emozionali e senza interruzioni per dire cose a cui il pubblico non era affatto interessato. Inoltre grazie per il bis fatto alla faccia degli addetti alla sicurezza enormi&alterati perché alle 22:30 devono stare tutti fuori da quella topaia dell’east end. Anziani.
Cosa c’entra un 8.6 di Pitchfork in un posto conosciuto per le liriche degli Offlaga Disco Pax per la sua toponomastica leninista? Non lo sappiamo, ma Cavriago ha ospitato uno dei due live autunnali di Dirty Beaches, dentro il Calamita. Ad apertura il progetto Boxeur de Coeur, al debutto assoluto, dandoci anticipazioni molto interessanti. Poi il ragazzone canadese e di natali taiwanesi sale sul palco: dapprima timidone con ancora addosso il cappotto appena sistema gli strumenti col suo compare al sax, poi gigante dalla presenza scenica formidabile; il suo è un set geniale, perché Alex ha dei riferimenti sonori che rielabora a mano a mano con delle idee attraverso la sua voce da redivivo Elvis noir-rockabilly, ed il live è pura piacevolezza punk psichedelica minimale.
Il live scorre attraverso l’immaginifico trittico “Speedway King”, “Horses” e “Sweet 17″ per poi approdare a ballate lo-fi come True Blue” per concludere con la tetra “Hotel” dilatata fino a sporcare tutta la materia circostante sebbene, a primo ascolto, il concerto ingrana in modo un po’ complesso all’ascolto, a causa di quella produzione piatta che strizza un po’ l’occhio al blues casalingo. Completano la ricetta i riverberi vocali, la presa di posizione electro vintage, il percussionismo minimale, le basi campionate, il sax che si inserisce di soppiatto per poi intromettersi, ivolumi sparati a palla, pettine e gel per i capelli, microfono e chitarra vintage messa lì a far rumore.
“Volete una canzone nuova o una cover?” finisce a chiedere dopo il primo encore, per poi finire a fare entrambe, per un’ora e dieci circa di concerto. Pieno, generoso, volto a farsi conoscere da chi anche era lì per caso e ne è rimasto sorpreso, sembra. Ci piace.










