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[24 ott 2011 | No Comment | ]
Plaid: Scintilli

No. Title Length
1. “Missing” 3:50
2. “Eye Robot” 3:08
3. “Thank” 4:03
4. “Unbank” 3:55
5. “Tender Hooks” 4:32
6. “Craft Nine” 3:17
7. “Sömnl” 3:12
8. “Founded” 3:09
9. “Talk To Us” 3:30
10. “35 Summers” 3:28
11. “African Woods” 3:41
12. “Upgrade” 3:55
13. “At Last” 4:34

Io con la musica elettronica arrivo piano, senza fretta; poi, però, quando trovo il gruppo o l’album giusto non l’abbandono più.
I Plaid li conoscevo di nome, vagamente sapevo che genere facessero. Inizio ad ascoltare il nuovo album, Scintilli, e già a Missing, il primo brano, mi ritrovo ad alzare il volume e pensare che questo gruppo non è affatto male. Vado a cercare qualche informazione e mi accorgo della mia ignoranza: Andrew Turner ed Ed Handley suonano assieme dal 1991 e sono inglesi, già questo dovrebbe bastare come garanzia per della ottima musica elettronica.

In più escono per l’etichetta Warp, che ha sotto la sua ala nomi come !!!, Squarepusher e Autechre.
Della prima traccia Missing ho già detto che attira l’attenzione, con la successiva Eye Robot ci troviamo da un’altra parte, suoni più decisi e più elettronici; Thank riprende un po’ i suoni
orientaleggianti già presenti nella prima traccia e Unbank li porta decisamente nel mondo elettronico inglese. Con Sömnl c’è anche il classico accenno alla dubstep che a me riporta subito alla colonna sonora usata per Skins e molto apprezzata.

Il disco va dalla Neo-Tokyo cyberpunk di Thank ai campanelli subacquei di 35 Summers, primo singolo tratto dal disco, con la facilità con cui io bevo una tazza di tè alle 5 di un pomeriggio d’autunno e senza creare confitti tra le due anime che vivono in questo LP.
E quando Craft Nine attacca con la sua ninna-nanna si può proprio sentire il freddo che rimane chiuso fuori, e noi dentro a guardare dalla finestra, con il Plaid sulle ginocchia.

[18 ott 2011 | No Comment | ]
Nils Frahm: Felt

Terzo disco per Nils Frahm, pianista e compositore di Berlino già noto per i suoi precendenti lavori, Wintermusik, The Bells ed il recente 7 Fingers, che si avvale della collaborazione di Anne Muller.

Con il suo ultimo album scopre un mondo in miniatura fatto di suoni e rumori che rimangono di solito inediti, e li mette al centro di questo composizioni, lavorando con e volutamente cercando le imperfezioni e difetti cercando di dare la sua musica un sentore profondamente organico.

Questo album è stato registrato al Durton Studio, a Berlino, per la maggior parte fino a tarda notte. Attento a mantenere l’atmosfera tranquilla notturna e, più pragmaticamente, evitare di disturbare i vicini, ha disattivato il suono del suo pianoforte mettendo del feltro tra i martelli e le corde,  decidendo di essere il più leggero possibile nel poggiare le dita sui tasti. Questo ha rivelato uno spazio sonoro completamente nuovo, pieno non solo di note e melodie, ma anche con piccoli rumori e suoni alieni, dai martelli colpire le corde o le dita sfiorare i tasti per le corde di risonanza all’interno del corpo dello strumento o il legno reagisce alle variazioni di intensità della musica.

Questi rumori periferici sono di solito nascosti dalla musica che contribuisce a creare, tuttavia, catturati nel loro stato nudo, danno una dimensione totalmente diversa alle registrazioni conseguenti. E ‘come se uno sta mentendo così vicino al pianoforte che anche Frahm respirazione può a volte essere sentito chiaramente. Ogni suono diventa texture, mescolato con la musica per sottolineare le sue caratteristiche più delicate o rivelare le più piccole variazioni di umore o di tono. Di solito, queste imperfezioni sarebbero stati trattati come spazzatura e cancellati dalle registrazioni, per non alterare la musica stessa, ma questo è esattamente l’effetto Frahm sta cercando, ed è un processo che serve magnificamente le sue composizioni.

Il mood generale del disco è un po ‘sottomesso e introspettivo, ma Frahm scolpisce qui alcune delle sue composizioni più memorabili.

Registrato in una vecchia chiesa riverberante, Felt contiene suoni così delicati e naturali che solo un ascolto in cuffia può portare ad un contatto così intimo con il suono tanto da avere la sensazione di essere seduti a fianco dell’artista.

[13 set 2011 | No Comment | ]
Ladytron: Gravity The Seducer

LADYTRON

GRAVITY THE SEDUCER

NETTWERK MUSIC GROUP

Release Date: 12 Settembre 2011

Gravity The Seducer è il titolo del quinto album dei Ladytron.  La band di Liverpool che ha celebrato da poco i dieci anni di attività con il “Best Of 00 to 10”, come annunciato a Marzo nella nostra intervista, è tornata con un nuovo disco.

Ace of Hz, traccia già presente nel Greatest Hits, non anticipava pienamente quello che sarebbe stato lo stile dell’album. Uno stile tutto da scoprire.

White Elephant è il brano di apertura. Nuovi suoni, melodie ricercate, atmosfere eteree: caratteri tipici dello stile Ladytron, che non si è mai cristallizzato nel tempo ed è sempre stato oggetto di esperimenti. Esperimenti che in questo album raggiungono sicuramente livelli mai toccati. Si passa da tracce come Mirage, Ritual, sulla stessa onda di Ace of Hz, a tracce più minimal come White Gold, Moon Palace e Altitude Blues che, per l’impronta elettronica e la parte cantata, ci ricordano sonorità nordiche molto Fever Ray.

Ma il culmine viene raggiunto con brani come Ambulances, Melting Ice, 90 Degrees, brani ultra-sperimentali in cui l’ascoltatore viene totalmente proiettato in un’atmosfera fredda e cupa che prosegue in tracce interamente strumentali come Transparent Days.

Daniel Hunt afferma “Non abbiamo mai fatto un disco che non amavamo, ma io penso di amare questo più degli altri. Sento che sia l’opera migliore che abbiamo creato.”

C’è da dire che le sonorità faticano a lasciare un segno e il lato dark emerge fin troppo in un’atmosfera glaciale che dura fino alla fine. Ma dall’altro lato ci troviamo davanti un album che comunica sensazioni intime e raccolte, raccontando viaggi nelle parti più misteriose e cupe dell’animo.

Helen Marnie, Daniel Hunt, Mira Aroyo e Reuben Wu si riconfermano tra le band d’avanguardia, insomma. E toccherà a noi decidere, possibilmente dopo averli ascoltati live, se quest’ultima opera riesce a reggere il confronto con gli album passati.

 

Tracklist:

1. White Elephant

2. Mirage

3. White Gold

4. Ace of Hz

5. Ritual

6. Moon Palace

7. Altitude Blues

8. Ambulances

9. Melting Ice

10. Transparent Days

11. 90 Degrees

12. Aces High

[4 ago 2011 | No Comment | ]
Is Tropical – Native To

Is Tropical – Native To
Etichetta: Kitsuné

Perché non parliamo di una band che nel Regno Unito ha scatenato l’apocalisse? Sto parlando degli “Is Tropical” che nel giro di pochi mesi hanno conquistato ottimi giudizi da parte di critica e pubblico.
“Native To” è l’album d’esordio di questo trio londinese che propone la solita indie-pop-elettro, ma intanto questa loro uscita discografica è considerata da molti (artisti, giornalisti…) la vera rivelazione del 2011.

“Native To” è un album interessante, basato su un genere proposto fino alla nausea, ma non da classificare solo ed unicamente come un “prodotto surgelato” per indie-fighetti\hipsters.
“Native To” è anche un album Pop, basta sentire le voci del trio che si mescolano, si uniscono e creano effetti davvero gradevoli; ma è un album Pop riempito di suoni elettro semplici su cui è impossibile stare fermi.
Non brillano per l’originalità questi Is Tropical, ma meritano una certa attenzione per lo stile attraverso il quale trasmettono la loro musica, e non sto parlando di fattori estetici: c’è qualcosa di tropicale, estivo e fresco che si lega bene a questo periodo della stagione; nel singolone “The Greeks” c’è una parte iniziale più suggestiva e che ti porta direttamente in Grecia; poi c’è l’aspetto danzereccio e orecchiabile che è un vero e proprio uragano pieno di energia che ti trascina sulla dancefloor.
Nonostante sia il solito genere, non ci siano innovazioni sensazionali e ricordano tante altre band (Starfucker, MGMT, i primi Klaxons, Neon Plastix…), gli Is Tropical sono una di quelle band che ti fa muovere sul serio e che, allo stesso tempo, stupisce per il suo animo Pop semplice e, sempre e comunque, piacevole.

 

1. South Pacific
2. Land Of The Nod
3. Lies
4. The Greeks
5. What???
6. Clouds
7. Take My Chances
8. Oranges
9. Berlin
10. Think We’re Alone
11. Zombie
12. Seasick Mutiny
[1 ago 2011 | No Comment | ]
Foster The People – Torches

Track listing:
01. Helena beat 4:36
02. Pumped up kicks 3:59
03. Call it what you want 4:01
04. Don’t stop (color on the walls) 2:56
05. Waste 3:25
06. I would do anything for you 3:35
07. Houdini 3:23
08. Life on the nickel 3:37
09. Miss you 3:36
10. Warrant 5:23
11. Love (Best Buy edition bonus track) 3:40
12. Chin music for the unsuspecting hero (Best Buy edition bonus track) 3:25

 

Indie rock sta subendo una necessaria rigenerazione del ritardo. Chitarre Reedy detengono meno potere, il punk funk è finalmente imballaggio il suo campanaccio e le cellule triste di vestiti di nero doom-mercanti di imitare Ian Curtis, perché non possono cantare in realtà sono diretti per l’oscurità oscuro a cui aspirava così noioso. Al loro posto arriva un nous disco, afrobeat e accenni di psichedelia MGMT. LA-base Favorire la gente è il culmine di questa trasformazione, la Matt Smith del nuovo indie.
Immaginare se stessi come un animale più populista e accessibile collettiva, si adattano arte-tronic AC avventuroso di integrare la ballabilità funky degli Scissor Sisters, l’orecchiabilità pop fuzzy bambini e l’abilità di lanciare in ingannevolmente colpi di scena downbeat simile a ragazze, Sleigh Bells o Smith western. Singolo attuale Pumped Up Kicks è un esempio lampante, con il cantante Mark Foster trillo “Faresti meglio a correre / Più veloce di mia proiettile” ad un partito bloccare psichedelico saltare melodia che sembra avere abbandonato la fine della spettacolare oracolare, dando l’impressione di l’uomo armato cheeriest scuola mai.
Questo è l’angolo più buio della psiche Foster illuminato da torce, altrove, c’è molto più leggerezza. Call It What You Want è pieno di pop-trance completa con piano discoteca e scarabocchi hip hop, e Non Stop (colore sui muri) è picco dell’era Dandy Warhols fino al clap-lungo chitarre e disprezzo per il giubilo leggi del paese. Per il momento farei qualsiasi cosa per voi rotola in giro con il suo sole, Auto-Tuned inno al romanticismo fioritura devi essere perdonati per decidere FTP sono gli MGMT che mai prog-out su di voi.
Dopo Houdini vede Torce fornire il proprio Sentite scintille elettriche, tuttavia, la sezione posteriore del loro album rivela come una proposta molto più promettente e intrigante. La vita sulla nichel è un canto pop avvolto in falsetto click sporcizia e scricchiolii, e Miss You suona come Chris Martin persa e sola in un rave pagano; suggeriscono che FTP potrebbero presto sperimentare una fusione transatlantica di estetica dance e indie che minaccia di fusione e ringiovanire entrambi i generi come nessun atto dal The Rapture. Il tempo ci dirà, ma questa salva di apertura sarà certamente lascerà pompato per ulteriori calci Foster.

[31 lug 2011 | No Comment | ]
Erwin Schrott: Rojotango
Erwin Schrott, “Rojotango”, Sony Classical, 2011
Tracklist:
Rojotango (Pablo Ziegler)
Oblivion (Piazzolla)
Chiquilín De Bachín (Piazzolla)
Gracias A La Vida (Violeta Parra)
Agua Y Vino (Egberto Gismonti)
Saveiros (Dori Caymmi)
Los Pájaros Perdidos (Piazzolla)
Milonga En El Viento (Pablo Ziegler)
Rinascerò (Piazzolla)
Insensatez (Antonio Carlos Jobim)
Bocha (Piazzolla)
Desde Que O Samba E Samba (Caetano Veloso)
Per il suo debutto discografico con l’etichetta Sony il basso-baritono uruguayo Erwin Schrott sfodera il carisma che, all’unisono con la dirompente vocalità, lo caratterizza come uno degli interpreti lirici più apprezzati di questi anni. Il risultato non poteva non tradursi in un successo, come attestano dati di vendita e recensioni a qualche mese dall’uscita, avvenuta a fine aprile.
L’ascolto lievemente differito rispetto al lancio ci permette di meditare di più sullo spirito di questo album importante. Certamente, afferma il cantante, un tributo ai propri anni verdi – il tango, come una madeleine proustiana, è la musica che promanava dalla radio del padre durante la giovinezza di Erwin; ma soprattutto, com’è ovvio, Rojotango offre un florilegio (musica classica a parte) della personalità artistica del cantante. Se infatti la title-track evoca un genere prevalente e – attraverso il sotteso cromatico – un mood definito, l’insieme dei brani svela, oltre al tango, varie e umoralmente ben diverse musicalità, per esempio bossanova, folk e samba.
La regia artistica si avvale del “carico da undici” di Pablo Ziegler – compositore, pianista eccelso e collaboratore decennale di Astor Piazzolla – che arrangia da par suo e raduna un ensemble (strumentale e di backing-vocalists) di alto livello. Accanto al quale la voce di Schrott dimostra una costante sicurezza tecnica, con più di una raffinatezza (il “morendo” sul finale di Agua y vino, per esempio).
Vari generi, dicevamo. Per il sottoscritto, musicista classico e world (tango, klezmer) che ama il tango in tutte le sue fasi storiche, non è stato facile l’impatto iniziale, a partire dalla title-track e lungo la dorsale argentina del disco, in cui Schrott dovrebbe mediare di più tra la propria impostazione lirica e una musica che a mio avviso talora ne richiederebbe meno. Penso che lui stesso ne sia consapevole nella misura in cui, con Ziegler, predilige un repertorio nuevo-tango (da Piazzolla in poi), maggiormente aperto a elementi di “contaminazione” classica e stilistica, evitando episodi più risalenti e codificati.
Ecco perché, nel giudizio sostanzialmente positivo su tutto il cd, mi piace individuare – andando forse controcorrente – la perla dell’album in Insensatez di Jobim, dove la simbiosi tra cantante ed ensemble è sorprendente e tra l’altro ci si presenta uno Schrott differente, nelle dinamiche e perfino nella timbrica, rispetto agli altri esiti più marcatamente rojos. Altrettanto può dirsi per il samba finale composto da Veloso.
Da menzionare anche l’eccellente qualità della registrazione, perfettamente in grado di preservare il colore e la sfumatura vocale da brano a brano.
Francesco Furlanich
[31 lug 2011 | No Comment | ]
Rival Consoles: Kid Velo

TRACKLIST:
“Kid velo”
“Into the heart”
“S.P.K.R.S.”
“Amiga”
“I left the party”
“Vos”
“Eve”
“Guitari”
“Rosenthal road”
“Into the heart II”
“After ed.”

Un album per nerd che amano la musica: infatti  l’atmosfera di questo album ricorda saghe di videogiochi come Zelda o Final Fantasy in molti tratti. Un album veramente da nerd, che si stacca dalla realtà andando in un mondo parallelo di realtà aumentata e può essere tranquillamente la colonna sonora di ogni giornata al pc.

Stiamo parlando di intelligent dance music, di acid house da museo di arte contemporanea e di stralci melodici supportati da un notevole potere cinematico.  Ryan Lee West, aka Rival Consoles, è un giovane talentuoso venticinquenne al secondo disco. Kid Velo, successore di ‘IO’ uscito nel 2009, è pubblicato in undici settimane: ogni lunedì, a partire dall’11 aprile, è uscito un nuovo brano in streaming esclusivo da un unico portale online, accompagnato da una spiegazione in massimo 160 caratteri, alla twitter.

Non è qualcosa di così freddo e distaccato. L’album è davvero ben fatto e da numerose suggestioni. Le tracce suggeriscono mondi di avventura, una soundtrack di speranza e intrighi viste con occhio cinico. Un viaggio fatto stando seduti alla scrivania. Una traccia su tutte? Guitari, deliziosamente stemperata nel funk. Da ascoltare e riascoltare tutto.