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Ogni stagione discografica, una giovane fanciulla viene portata in sacrificio sull’altare della musica. I popoli si ricongiungono per celebrare l’arrivo di una nuova voce in grado di redimere i peccati del pop. In un Se Non Ora Quando che sempre si ripeterà per ricordarci che il rock è cosa da maschi, Lana Del Rey è solo l’ennesima prescelta, l’eletta a raccogliere le speranze di un pubblico alla costante ricerca di un suono nuovo, di un concentrato di generi rielaborati in formato commestibile.
Nel solco delle Alanis, della Lauryn diseducate, delle Amy, delle Florence dai capelli rossi, esce Born To Die, un album a lungo atteso, anticipato da singoli di grande efficacia melodica e di marketing quali Video Games e Blue Jeans, compendi di una quotidianità annoiata che l’Instagram applicato ai video, alle labbra della cantante, alla voce sublimava in un fascino prefabbricato. Lana Del Rey vede il cuore spezzato che nel 2011 ha permesso ad Adele di confermarsi stella del soul e rilancia con l’amore maledetto che, scandito dalle giuste percussioni, la aiuterà a diventare Jessica Rabbit.
Aspettative così elevate si sarebbero infrante di fronte a qualsiasi album e Born To Die non è un album eccezionale. Eppure è altrettanto lontano dall’essere dimenticabile. Video Games rischiava di essere l’unico pezzo memorabile di una cantante di cui si è parlato troppo. Il singolo Born To Die invece mantiene le promesse, alimenta il personaggio, preannuncia toni e arrangiamenti che danno consistenza all’album omonimo. Brani come Dark Paradise, rubati alle colonne sonore di James Bond con tanto di orchestra, rendono Lana Del Rey abbastanza convincente nella prolungata interpretazione della Bond Girl dal passato oscuro.
Un tempo in cui Lana Del Rey incideva col nome di battesimo, Lizzy Grant, pezzi come Lolita e Diet Mountain Dew, che tornano nel nuovo album riarrangiati sotto una nuova produzione. Un tempo passato che, come l’autrice stessa dichiara, sarebbe il caso di non considerare misterioso, quanto di scarso successo.
Quello che eleva l’album sono le canzoni più onestamente pop, come Radio, che già dal titolo promette di conficcarsi in testa al primo ascolto, Off To The Races, o meglio quel «I’m your little Scarlett, starlet, singing in the garden» che lascia piacevolmente perplessi, ma soprattutto National Anthem, di cui è apprezzabile l’insieme di idea, realizzazione, arrangiamento e testo.
Tuttavia al decimo pezzo che racconta di cuori dissolti nella cocaina, baratri eccitanti e profondi, mascara sbavati a celare il tormento interiore, il gioco di fine interpretazione mostra leggermente la corda; l’ascoltatore che fino a quel momento aveva deciso di sospendere il giudizio sui generosi squittî della cantante potrebbe invero non resistere a un secondo ascolto.
Per chi ascolta musica senza l’attesa di una nuova alba, di qualcosa di epocale, o più semplicemente senza usare la parola indie, Born To Die è un buon album. Non contiene alcun «you’ve already won me over in spite of me», né alcun «over futile odds and laughed at by the gods». Probabilmente non si trova neanche un «sometimes it lasts in love, but sometimes it hurts instead», ma un «the road is long, we carry on, try to have fun in the meantime» sì. E forse per il 2012 può andare bene.
Tracklist (Special Edition):
1. Born To Die
2. Off To The Races
3. Blue Jeans
4. Video Games
5. Diet Mountain Dew
6. National Anthem
7. Dark Paradise
8. Radio
9. Carmen
10. Million Dollar Man
11. Summertime Sadness
12. This Is What Makes Us Girls
13. Without You
14. Lolita
15. Lucky Ones
Genre: Alternative/Indie/Pop/Electronic
Country: UK
Tracklist
01. Ghost Lit
02. Tall Buildings
03. Night All Night
04. Appetite
05. Mills
06. Antelope
07. Black Light
08. Animals
09. Peninsula (Plus Hidden Track)
Che i Tunng siano un gruppo figo non devo essere io a dirvelo (sappiate che chi non li conosceva ed ha avuto l’album come recensione per rompere il ghiaccio qui sopra poi mi ha ringraziato). Ma mentre loro sono in pausa come gruppo e pubblicano un loro live molto bello, il frontman Sam Genders se ne esce con una combinazione di assurdità e di accessibilità che rende questo disco un debutto solista assolutamente affascinante.
Con l’aiuto di poche menti simili, compresi Micachu e Fever Ray è uscito fuori dalla sua cameretta un album di debutto che suona come molto di più il lavoro di un solo uomo. Infatti, a incarnare Black Light dal vivo sul palco, Diagrams deve diventare almeno nove persone.
Questo è un album che dapprima vi abbraccia rassicurante intorno a voi: mentre Genders gode lo sperimentare con la forma, gli piace inserire anche una delicata melodia pop, rendendo la pillola incredibilmente facile da digerire. Oltre alla base di trama vocale imprevedibile che a tratti ricorda Guy Garvey, punta a ritmi non convenzionali e suggestivi. Quasi se i Kings of Convenience si fossero apparentati con gli Hot Chip.
Questa combinazione di assurdità e di accessibilità rende Black Light un debutto affascinante, e segna Genders come un talento solista da tenere sotto controllo.
Clear Heart Full Eyes’ Tracklist:
1). Apollo Bay
2). When No One’s Watching
3). No Future
4). New Friend Jesus
5). Jackson
6). Terrified Eyes
7). Western Pier
8). Honolulu Blues
9). Rented Room
10). Balcony
11). Not Much Left Of Us
Il titolo dell’album è stato così spiegato dallo stesso Craig: “Clear heart significa onestà e trasparenza, mentre full eyes suggerisce esperienza. Insomma, essere ottimisti e non farsi abbattere dalla stanchezza o dai dubbi che possono arrivare quando si invecchia”.
Craig Finn, classe 1971, ha militato dal 1994 al 2003 nella band indie-alt dei Lifter Puller. Il disco è onesto, non memorabile, ma ci trasmette una dimensione molto vicina al musicista che lo farà apprezzare ancora di più a chi lo conosce mentre possono essere una buona colonna sonora per chi non ha mai sentito suonare i Lifter Puller, temporaneamente in hiatus.
Musicalmente,i brani da solista di Finn sono più pop e meno rock rispetto alla sua band, anche se non la struttura alcuni di loro resta costante. Si rivela un po ‘più suonando il country rock che il blues che riecheggia tanto come un rock classico.
Con il suo primo album solista, Finn non è andato troppo lontano dalla sua estetica di base, ma la mossa dell’uscire solo è sufficiente a giustificare il suo album. Tenere i fan si sentiranno a casa con i suoi testi precisi e di ambivalenza religiosa, ma non così a proprio agio fino a rilassarsi. Mentre le narrazioni ce lo mostrano soffrire per la perdita e la sofferenza, l’album è di per sé un uso flessibile e gratificante di cura per l’ego.
| No. | Title | Length |
|---|---|---|
| 1. | “Distant Neighborhood” | 3:45 |
| 2. | “Chair” | 2:53 |
| 3. | “Coll Like Kurt” | 3:34 |
| 4. | “Swoon” | 2:52 |
| 5. | “Homework” | 2:44 |
| 6 | “Talk” | 3:20 |
| 7. | “With The World At My Feet” | 3:22 |
| 8. | “Locked Up” | 4:20 |
| 9. | “Summer Cold” | 3:06 |
| 10. | “Visions” | 2:30 |
| 11. | “Seraphine” | 4:09 |
| 12. | “Pi” | 4:32 |
Se qualche anno fa avete amato Push the Heart dei Devics, allora sarete contenti che questo disco d’esordio sia uscito. Con suoni un po’ più allegri rispetto a quelli della band di Los Angeles, rimango però in quella sfera di suoni.
Mi piace molto la voce duettata dei due ragazzi, i suoni leggeri che accompagnano quasi delicatamente le due voci di Kacey Underwood e di Alice Costelloe.
Come al solito, le cose che mi piacciono di più arrivano dall’Inghilterra, ormai non mi stupisco più di andare a leggere da dove arriva qualche gruppo e vedere quel “UK” tra parentesi.
Lights Out inizia con il singolo Distant Neighborhood: voci tranquille, chitarre che non danno fastidio, insomma, un brano perfetto per essere un singolo, di quelli che continui a canticchiare per ore e che nei giorno seguenti al primo ascolto, lo metti in ripetizione, “I can make you stay if you wanna be alone”.
Chair è sempre sulla stessa linea, forse solamente un po’ più viva. Non possono mancare le canzoni più tristi e malinconiche, di quelle che vedi bene in certi film un po’ romantici ma non troppo. Parlo di Cool Like Kurt, Swoon, Locked Up e Pi che chiude il disco.
A risollevare un po’ gli animi, con una chitarra più presente, arrivano Talk, With The World At My Feet, Visions e Seraphine.
Insomma, Lights Out è uno di quei dischi da tenere a portata di mano per un pomeriggio tranquillo, in cui non si vuole avere fretta, nemmeno negli ascolti, si vuole stare comodi e c’è bisogno di qualche ascolto che non disturbi, ma che nemmeno rimanga solo di sottofondo e ci si dimentichi di lui.
1 Take See
2 Bullets
3 Jenny Again
4 Tamatant Tilay
5 Beautiful & Light
6 Hustle
7 With Whiskey
8 Jay Down
9 Pioneers
10 Naked In The Rain
11 Surprise Me
Prima di ascoltare questo disco, non mi ero mai soffermato ad ascoltare i Tunng, ma dopo l’ascolto di questo disco ho deciso di diventare loro fan. Non nel senso virtuale ormai diffuso, ovver un “Like” sulla loro pagina facebook o un “follow” su twitter; nemmeno nel senso di fan sfegatato da strapparmi i capelli dalla testa e urlando e sbraitando, ma nel senso più semplice del termine: mi piace il loro sound, mi piacciono le loro canzoni, mi piacciono i Tunng!
This is Tunng… live from the BBC, arriva dopo quattro album di studio. Questo live album ha tutto ciò che li rappresenta e, forse, è per questo che il titolo esordisce con un “Questi sono i Tunng…”, una sorta di presentazione per chi ancora non li conosce, una raccolta di loro canzoni più rappresentative per chi ancora non li avesse ben capiti e compresi. Il folk della tradizione britannica contaminato dall’elettronica, in una parola: folktronic!
Per qualsiasi band britannica, la prima sessione live della BBC è un rito di passagio, un ingresso in un club esclusivo. I Tunng hanno affrontato questo passaggio con l’imprevedibilità delle improvvisazioni e il caldo suono dei loro strumenti che li ha portati, e porta anche l’ascoltatore, in altri luoghi, in altri tempi.
Canzoni come Bullets rispecchiano questa attidune folk tornata così fortemente di moda in quello scenario chiamato così diffusamente con il nome “indie”. Tamatant Tilay, invece, varca quei limiti per arrivare fino alle sonorità medioientali, arabe: non c’è spazio, non c’è tempo in questo sound.
Strumenti semplici abbinati ad altrettanti strumenti “artificiali”, ma comunque utilizzati in una forma talmente semplice da sembrare naturale, forse fin troppo! Stessa cosa dicasi per Pioneers, famosissima, soprattutto nei djset, canzone degli altrettanto famosi Bloc Party.
Attualmente Mike Linday, membro fondatore insieme all’ex membro Sam Genders, è in Islanda per preparare un album solista con i membri della comunità di Husavik sotto il nome di Cheek Mountain Thief. Inoltre i Tunng sono già a lavoro per un altro album.
Il 2012 sarà un anno ricco ed eccezzionale per i Tunng e per tutti i loro fan… me compreso!

| No. | Title | Length |
|---|---|---|
| 1. | “The Christmas Waltz” | 2:38 |
| 2. | “Christmas Day” | 3:24 |
| 3. | “Have Yourself A Merry Little Christmas” | 3:42 |
| 4. | “I’ll Be Home For Christmas” | 2:26 |
| 5. | “Christmas Wish” | 2:58 |
| 6. | “Sleigh Ride” | 2:44 |
| 7. | “Rockin’ Around The Christmas Tree” | 2:01 |
| 8. | “Silver Bells” | 1:57 |
| 9. | “Baby, It’s Cold Outside” | 2:17 |
| 10. | “Blue Christmas” | 3:24 |
| 11. | “Little Saint Nick” | 2:10 |
| 12. | “The Christmas Song” | 2:27 |

Nel 2001, in una delle prime interviste televisive della propria carriera, Tiziano Ferro raccontava a Sara Valbusa del neonato canale musicale VIVA la storia dei diversi pezzi che componevano Rosso Relativo, album di debutto al di là del notevole biglietto da visita di Xdono. Tra le molte domande – alcune pessime, lo dico – si districò con disinvoltura, citò ispirazioni e rivelò aspettative. Nominò Emozioni di Lucio Battisti come disco perfetto, nel suo essere ancorato al presente eppure così senza tempo, nel sapiente accostamento di canzoni di evidente e costante potenza, nel suo essere punto di riferimento per qualsiasi giovane cantante con la sfortuna di essere nato in un mercato privo di industria discografica.
Dieci anni dopo, esce L’Amore È Una Cosa Semplice, il quinto album del cantautore ormai trentenne. Chissà se si ricorda di quell’obiettivo di carriera esibito con la leggerezza comune di qualsiasi ventenne italiano con in testa il mestiere del pop. Chissà se si rende conto di aver raggiunto questo traguardo.
I fenomeni pop sono talmente rari che dovrebbe essere facile riconoscerli, quando passano sotto gli occhi, anche a distanza di decenni. Ad ogni modo, qualsiasi confronto con Lucio Battisti dovrebbe finire qua, a una non meglio identificata ventata di novità nel panorama melodico del nostro orticello, anche perché proseguire sarebbe inelegante.
L’Amore È Una Cosa Semplice è un disco che innesta su una voce senza pari e una lucidità di scrittura sempre eccellente divertissement di derivazioni R’n’B, jazz, bossa e blues, fissati in un caleidoscopio pop di ottima produzione e facile presa. Il singolo che anticipa l’album, La Differenza Tra Me E Te, a metà strada tra i Coldplay e quei pezzi alla Sweet Disposition così a misura di remix dance, è uno dei migliori momenti del disco, insieme a TVM, divenuto già classico nella semplicità del suo «la nostra fine non fu niente di speciale» e nelle sonorità familiari.
La doppia anima di Ferro, che alterna lacrime e beat, emerge nelle ballate Troppo Buono e Per Dirti Ciao!, che promettono vendite e singhiozzi, e nell’interludio 10.000 Scuse, uno degli abituali omaggi alla musica black del cantautore. La Fine di Nesli mette invece alla prova l’abilità di Tiziano Ferro come interprete, con un esito forse meno autentico, ma probabilmente più credibile dell’originale.
Non solo l’amore, tutto sembra venire semplice in questo album, che a tratti pare una missione per importare in Italia la qualità di una produzione musicale di industrie più evolute. In questo Tiziano Ferro sa essere innovatore, portatore sano di istantanee pop prese altrove. Sarebbe bello se, in un futuro non troppo lontano, potesse essere rivoluzionario, visionario di cose mai sentite. Con il nastro rosa, ma con una voce e una scrittura.
Tracklist:
1. Hai Delle Isole Negli Occhi
2. L’Amore È Una Cosa Semplice
3. La Differenza Tra Me E Te
4. La Fine
5. Smeraldo
6. L’Interludio: 10.000 Scuse
7. L’Ultima Notte Al Mondo
8. Paura Non Ho
9. TVM
10. Troppo Buono
11. Quiero Vivir Con Vos
12. … Ma So Proteggerti
13. Per Dirti Ciao!
14. Karma Feat. John Legend









