Mogwai@Barrowsland, Glasgow, 22 dicembre 2011

***Questa recensione è piena di sentimentalismo.***
Benvenuti a Varsavia. Glasgow è così, una città da blocco sovietico che fa tanto razionalismo urbano, in cui i richiami alla sua reputazione di città più rossa del Regno Unito risuonano chiari in ogni angolo di strada. Il locale dove si tiene il concerto di fine tour dei miei adorati è una balera che sembra una pista di pattinaggio happy days. Dovrebbe essere molto più affollato di quanto è in realtà ma non me ne rendo conto affatto, per me esiste solo il momento in cui i miei beniamini saliranno sul palco.
Sono rimasta delusa dall’EP pubblicato lo scorso settembre, Earth Division. Sebbene questo divertissement sia uscito vincente nel giudizio di molti – soprattutto nel confronto con l’album di febbraio Hardcore Will Never Die, But You Will, sono riuscita a fatica a terminare l’ascolto di questo prodotto insipido, in cui le scintille di sfavillante bellezza sono troppo deboli per emergere dalla somma del tutto, che è uno sbadiglio. Meno piano, il violino perché no, ma decisamente più chitarre. Un ritorno dei vocals, anche come proposti in Hardcore ecc., non sarebbe sgradito. Ma, come ben insegna l’esperienza, le cose belle sono lente, e io di loro mi fido.
Fortunatamente la setlist proposta è molto simile a quella di febbraio alla Brixton Academy, i video alle spalle del gruppo sono sempre quelli, compreso quello del loro amico, il ciclista in solitaria. Il gruppo si presenta sul palco dopo l’esibizione degli Errors (il cui nuovo album – Have Some Faith In Magic – è ascoltabile in streaming qua ed è uscito il 30 gennaio, per gradire), ed appare visibilmente appesantito, ritengo dai bagordi lontano dagli occhi di mogli e fidanzate. Quello che mi aspettavo molto (ma molto) e che non è arrivato è il calore del pubblico della loro città, che invece rimane molto distaccato, anche al momento dell’incomprensibile (per me) barzelletta in scots. I volumi sono altissimi come sempre e il soffitto basso li rende ancora più aggressivi e pervasivi. Tutto questo mi ha causato una sordità temporanea della durata di 48 ore.
Nulla avrebbe fatto pensare ad un live di fine tour. L’impegno, la concentrazione, il divertimento e l’energia è esattamente la stessa che trapelava sul palco di Londra lo scorso febbraio. E’ così che deve essere un concerto, mi dico, fatto con musicisti che suonano ancora per il piacere di farlo dopo anni (e ci stiamo avvicinando al 20°) e non contabili col cronometro in mano per tenere d’occhio lo scatto della scadenza della prestazione. Qui si superano i 120 minuti, oibo! Qui si rompono grancasse che è un piacere! Qui si mette Batcat dopo Mogwai Fear Satan, a rischio di (miei) infarti precipui!
Ho passato il Natale menomata, ma felice. Grazie, stelline mie!
A maggio in quel di Londra nord i miei amati beni curano l’edizione di I’ll Be Your Mirror che li vedrà di nuovo sul palco insieme a gruppi come i Codeine, i Mudhoney, gli Slayer e altri. Credo che andrò.












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