RadioNation intervista il folk-rock di matrice orientale dei Dulevànd
Qualche settimana fa ho incontrato Savino Lasorsa, portavoce dei Dulevànd. Sono suo amico da oltre 18 anni. Non lo nascondo. Anzi, ne faccio un vanto. Dopo aver chiacchierato a lungo, abbiamo deciso di fissare il succo del nostro confronto in questa specie di intervista. O meglio: ho deciso di dedicare uno post del blog di RadioNation ad un approfondimento sul progetto che porta avanti questa band di folk-rock cantautorale, che si divide tra la Puglia e la Capitale.
Chi sono i Dulevànd? Come descriveresti la musica della tua band? I Dulevànd oggi sono il risultato di cinque anni di esperienze musicali ed umane a cui hanno contribuito tanti musicisti.
Da chi è composta la formazione, quali sono gli elementi? Attualmente il nucleo centrale è formato da tre persone. Il sottoscritto (voce e chitarra), il chitarrista (Gianluca Vecchio) ed il contrabbassista cofondatore del gruppo (Maurizio Capuano). Con noi collabora anche un trombettista (Gianpaolo Casella) ed altri musicisti.
È vero che Dulevànd significa “del levante”? Come mai questa scelta?
È vero, significa “del levante” ed è dialetto barese. Dovevamo scegliere un nome per partecipare al nostro primo concerto. Eravamo concentrati su termini complicati, stranieri, dal gusto esotico. Ma nessuno ci convinceva. Lanciai allora un po’ per scherzo la mia proposta, “dulevànd”, ed il suono di quella parola piacque a tutti, anche se nessuno ne comprese il significato. Ti lascio immaginare le facce quando scoprirono che dietro quello che sembrava un francesismo dal sapore snob c’era un termine dialettale che usano a Bari vecchia e nell’hinterland quando si danno appuntamento alla famosa Fiera di settembre. Diciamo che è un’omaggio alla mia terra, la Puglia, il levante d’Italia. [La pagina della band su Facebook]
CONTINUA A LEGGERE

C’è un leader nel gruppo? Chi è il frontman?
Dal punto di vista organizzativo le decisioni le prendiamo insieme in tre. Dal punto di vista musicale la maggior parte dei brani è scritta da me (con la collaborazione di un amico paroliere). Dal punto di vista scenico, si dice che sul palco in genere il leader è il cantante. E così sia. Ma non esiste un vero e proprio frontman, non ci piace che l’attenzione sia catalizzata da una persona o da una faccia. Non vogliamo distrarre il pubblico da quello che è il nostro obiettivo principale: l’ascolto della musica e dei testi.
Come avviene solitamente il vostro processo creativo?
In genere parte da una mia idea, una frase, una strofa o un pezzo già pronto che iniziamo a suonare in base a come “suona” nella mia testa in quel momento. Poi ognuno interpreta le mie richieste e proposte di arrangiamento, e il pezzo, con il contributo di tutti, inizia a formarsi. A volte, prima di essere tutti d’accordo sul risultato finale, passano mesi.
A quanto pare il vostro modo di interpretare il mondo, il vostro messaggio, è molto vicino alle teorie espresse da Franco Cassano nel libro “Il pensiero meridiano”. Mi sbaglio?
Il nostro modo di interpretare il mondo è quello che parte da punti di vista non canonici, più marginali, più estremi su cui poniamo la lente di ingrandimento delle nostre canzoni. Parliamo di silenzi, di pause, di precarietà, di solitudine, di immigrati, dei potenti e del Potere. Parliamo anche di speranza e quindi della Fasinpat, un’impresa recuperata dai lavoratori argentini dopo la crisi economica del 2001. Ma affrontiamo anche temi più frivoli: in “Resta Festa” per esempio raccontiamo l’agonia di un tizio che ad una festa preconfezionata non riesce proprio a divertirsi. Insomma parliamo di tutto quello che ci pare dato che non abbiamo etichette e netiquette.
Vi sentite più vicini al folk o più al cantautorato? Ti vedi più come un moderno Buscaglione o come un più giovane Capossela?
Il nostro è sostanzialmente un progetto di cantautorato. I miei riferimenti sono cantautori come De Andrè, Capossela, Tenco, Branduardi, Conte, Dylan e gruppi come gli Avion Travel, i Calexico e tanti altri un po’ più “pop”.
Parlaci de “In punta di piedi” il vostro spettacolo di teatro canzone.
E’ uno spettacolo musicale che ripercorre parte della nostra produzione musicale. [Guarda qui il trailer. Parte 1 e Parte 2] Abbiamo scelto il teatro perché è il luogo dove ci sentiamo più a nostro agio, dove è possibile che il pubblico si concentri tanto sulla musica quanto sulla parola. I testi del monologo alternato ai brani sono stati scritti dal contrabbassista Maurizio e sono ispirati alle nostre canzoni. È una sorta di diario in cui si raccontano la vita e le esperienze di un uomo che sceglie di vivere in un mondo senza riferimenti, senza certezze e scopre che la sua esistenza è diventato un perenne viaggio in balia di inquietudini, facili entusiasmi ed altrettanto facili delusioni. Il racconto di una vita volutamente precaria insomma.
Quando uscirà il prossimo album? Un live, vero?
I pezzi sono pronti, alcuni sono già in rete. Sono canzoni registrate durante il nostro ultimo Live al Teatro della Forma a Roma. Stiamo curando ancora qualche dettaglio, se ne riparla per il 2011 credo.
A quando il primo progetto in studio?
Finora abbiamo realizzato solo autoproduzioni. Per il primo progetto in studio servono un bel po’ di fondi. Stiamo pensando ad una Onlus o ad una raccolta fondi natalizia. A proposito, hai qualche spicciolo?
Che mi dici invece del primo E.P.? Cosa è cambiato da allora?
Si intitolava “Luminaria”. Dietro il vestito musicale bandistico e orecchiabile da festa di paese abbiamo raccontato l’indifferenza, il cinismo, l’astio, la solitudine e l’individualismo del nostro tempo. Bastano? L’esperienza più importante durante quel lavoro è stata conoscere il maestro Paolo Montin e la sua fenomenale Stradabanda. Abbiamo imparato tanto da lui e dai suoi consigli. L’ho visto dirigere quella manica di colorati e scalmanati ragazzacci, riportando l’armonia ed il rigore laddove vigeva il caos ed il rumore. Ed ho capito davvero cos’è la musica.
Come è avvenuto l’incontro con il maestro Paolo Montin?
Grazie a Maurizio, il nostro contrabbassista. Ha ascoltato la Stradabanda in giro per Roma ed ha chiesto a Paolo se voleva collaborare con noi. Dopo qualche settimana c’erano già gli arrangiamenti per i quattro pezzi dell’EP. Li avrà preparati di notte come è suo solito. Ti racconto un aneddoto a questo proposito: quando la Stradabanda ha accompagnato Capossela, al Teatro di Ostia Antica, durante l’ultima prova mancava l’arrangiamento di un pezzo che Vinicio Capossela si aspettava di trovare pronto. Paolo non ha fatto una piega. In una notte ha scritto tutto (gli elementi della banda sono “solo” una cinquantina), il giorno dopo ha distribuito gli spartiti, l’hanno provato e per la sera erano pronti sul palco. Peccato che Capossela non fosse proprio lucidissimo per apprezzare tutto quel lavoro.
So che un tempo nella formazione erano presenti anche un pianoforte, un violino e un clarinetto? Come mai adesso siete passati ad usare una chitarra elettrica?
Conosci il principio di indeterminazione? Non tutto è prevedibile e controllabile. All’inizio infatti pensavo ad un gruppo con fisarmonica, violino, chitarra, contrabbasso, una roba zigana insomma. Oggi siamo approdati ad una chitarra elettrica ed una tromba. Domani un campionatore, un sintetizzatore, una drum-machine? Chissà.
Vi siete posti un traguardo a breve termine da raggiungere?
Per un gruppo cantautorale il traguardo dovrebbe essere quello di raggiungere e sensibilizzare con i propri testi e con la propria musica, in poche parole col proprio messaggio e col proprio punto di vista, il maggior numero di persone possibili. A questo contribuisce ovviamente l’eventuale successo. Ma forse è un traguardo a lungo termine. Per il traguardo a breve termine mi accontento di aver risposto a questa intervista.
Grazie.
Grazie a lei, amico paroliere.
Il video (temporaneo) del brano “Basto”












Lascia un commento!