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Micah P. Hinson@Verona Folk 2010, Bovolone, 16 luglio 2010

Postato da Nicole il 23 luglio 2010 1 Commento

Micah P.Hinson@villa Vescovile, Bovolone (VR), 16/07/10 #02

E’ dal concerto dei Mogwai a Bologna del 2009 (il mio personale metro di misura a tutto) che non aspetto un live con tanta ansia e tante aspettative. Non ci ho indovinato per niente (come al solito) perché è stato molto meglio: puro ed essenziale, come vorrebbe essere un agognato ideale di vita.

Il concerto al parco della villa vescovile di Bovolone (VR) è stata la prima tappa del tour italiano di Micah P. Hinson che ha toccato le città di Pistoia, Ferrara, Roma e Torino e il secondo appuntamento della rassegna Verona Folk 2010, sesta edizione del festival organizzato dall’assessorato alla cultura e all’identità veneta della provincia di Verona. E’ stata un’esibizione un pò fuori dal comune, un vero e proprio “one man show” acustico di circa due ore, in cui le canzoni tristi e cariche di immagini di un delicato tepore sono riuscite ad essere valorizzate al meglio davanti ad un pubblico che continuava ad accorrere, attratto da questo pifferaio di Hamelin molto sopra le righe. Perché il nostro caro Micah ha dato molto spettacolo, soprattutto nella chiacchiera, il cui esordio è stato:

Micah: “You live in a beautiful city…”

Pubblico (coro): “Oooohhhh… (sarcasmo) …” (ovvio, eravamo nella bassa veronese, mica a Parigi)

Micah: ” … Well, I come from a totally shit!”

E’ stato un concerto bello nella fatica costata nel seguirlo. Innanzitutto con il gruppo spalla, UnePassante, che propongono delle canzoni pop folk pieno di orpelli sonori o, per citare il parere dell’amico musicista, “less is better” (ma siamo entrambi ancora convinti di dare una chance d’opinione al progetto palermitano con un ascolto su disco). Complici l’afa, un esercito di zanzare e degli altoparlanti che diffondevano house music da non-so-dove, siamo arrivati all’inizio dell’esibizione di Micah distrutti. Lui ha iniziato a suonare a testa bassa, veloce con la sua piccola chitarra “che uccide i fascisti”, in preda a movenze compulsive tra il Curtis e il primissimo Costello e ad una frenesia nello spuntare la scaletta che teneva vicino al microfono. C’è stata poi un’imposizione poco gradita del duetto con la moglie Ashley con tanto di bacetto finale, che è certamente sulla strada della santità (alla fine del concerto è andata persino a recuperare il foglio della scaletta), ma è senza dubbio lontana da quella del canto.

Tutto questo teatrino costruito attorno ad una personalità istrionica non riesce tuttavia a distrarre dalla bellezza della voce e dei testi del cantautore americano, considerato giustamente uno dei migliori sulla piazza. E non potevi fare a meno di ritrovarti a canticchiare Take Off That Dress for Me e di sentire un urlo da dietro che chiede Diggin a Grave e trovarti d’accordo. Sebbene mi si sia spezzato il cuore a sentir cominciare Drift Off To Sleep (la mia preferita) per poi essere interrotta bruscamente con una sequenza di improperi, tutto era come avrebbe dovuto essere: vero.

Qualche foto qua.

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