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I canadesi Fucked Up all’Hana-Bi per l’unica data italiana

Postato da Fran il 19 luglio 2010 Nessun Commento

Mercoledì 21 luglio 2010, ore 21.30

Live: Fucked Up (Can) – UNICA DATA IN ITALIA
Aprono la serata gli HEIKE HAS THE GIGGLES

Quando il New York Times se n’è occupato, per altro in termini più che lusinghieri (carta canta: «Una delle grandi rock band nordamericane del momento»), lo ha fatto con un certo quale imbarazzo, cifrandone il nome dietro una raffica di asterischi.
L’intestazione è in effetti un po’ sconveniente, anche se non così tanto traducendola in italiano: sarebbe qualcosa come “incasinati”.
E chi non lo è, oggigiorno?
Ma i Fucked Up, canadesi di Toronto, sono molto più di “una grande rock band” o un nome “sconveniente”.
Rappresentano uno di quei crocevia linguistici che l’attualità ci sottopone, evidenziando nodi che vengono al pettine.
Tipo: il lascito sottinteso della scena hardcore punk californiana dei primi anni Ottanta, che fu all’origine – non abbastanza esplicita in chiave storiografica – dei Nirvana e alla cui memoria si dedicano film hollywoodiani (“What We Do Is Secret”, sulla parabola incandescente e autodistruttiva di Darby Crash e i Germs).
O l’entità attuale di un certo modo sensibile e spirituale di intendere il rock, che chissà come e perchè alligna soprattutto in Canada (la parte davvero meritevole del Nordamerica, prima della rivoluzione obamica) e di cui i Fucked Up sono incarnazione sorprendente.
Tentando di riassumerlo: punk, nel senso più schietto del vocabolo (inclusa l’impudente e postmoderna – e premeditata? – contraddittorietà simbolica, siccome nella biografia culturale del gruppo ricorrono tanto la pasionaria Dolores Ibarruri quanto il più che controverso filosofo nostrano Julius Evola).
Ma diversamente punk.
Dietro il caos tempestoso dei concerti, le cui documentazioni fotografiche hanno sovente tratti grandguignoleschi, si cela infatti un sedimento di significati che tende a superare i limiti temporali e lessicali del fenomeno.
È insomma punk adesso, non malinconicamente revivalistico. Urgente. Violento. Appassionato.
E conviene aggiungere che qui tutto comincia – e finisce – con un timido suono di flauto, e che a tratti si ascoltano archi (arrangiati da Owen Pallett, violinista – vedi caso – negli Arcade Fire).
Per quanto “The Chemistry of Common Life” sia soltanto un disco, secondo album nella disordinatissima biografia mercantile della band (un’infinità di 45 giri e appena un altro long playing prima di questo, in sette anni di attività), ciò che ne affiora è così intenso da mozzare il fiato.
Un paio di canzoni, a dimostrarlo: “Black Albino Bones”, che arriva addosso come un ciclone buono (tipo qualcuno che ti travolge nell’impeto dell’abbraccio), oppure “Days of Last”, insieme arcigna ed epica.
Sono monumenti al punk come ne costruivano 25 anni fa, osservandolo a distanza e involontariamente storicizzandolo, gli Hüsker Dü.
Un muro del suono: eretto principalmente, strato su strato, con pazienza artigianale, dal chitarrista “10.000 Marbles”, pseudonimo di Mike Haliechuk.
Perché poi ci sarebbe anche la storia dei bizzarri nomi d’arte: per dire, il cantante si fa chiamare Pink Eyes, quando all’anagrafe risulta come Damian Abraham.
Un ciccione villoso e berciante che dal vivo è spesso seminudo e sanguinante.
Ma immaginiamo sia la stessa persona che dà tono poetico e politico alla musica dei Fucked Up.
Giusto all’inizio, in “Son the Father”: «Già è così duro essere nati/figurarsi se qualcuno vuole ri-nascere». È tutto questo, l’impasto pazzesco di suono, parole ed evocazioni, così massiccio da essere – crediamo – difficilmente digeribile per chi ha palato delicato, a rendere i Fucked Up degni del nome che hanno scelto per sé. Incasinati. Perciò veri.
E quanto oggigiorno si abbia bisogno di musica vera lo sa chiunque non sia abbacinato dai fuochi d’artificio del marketing.
Nel gran caos di questi turbinosi 52 minuti e 25 secondi se ne trova in abbondanza. Persino troppa. Poi, può piacere o no: va a gusti, come suol dirsi.
Ma il fatto è che i Fucked Up raccontano con le canzoni, e soprattutto quando le eseguono dal vivo, esponendosi al contatto fisico col proprio pubblico, qualcosa che riguarda ciascuno di noi. La bellezza e l’orrore della vita.

INFO: 333 2097141 – www.bronsonproduzioni.com

Ingresso gratuito – Wi-Fi sempre attiva

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