Adam Green live at Covo, Bologna.
Ieri prima di Adam Green al Covo suonavano 3 baldi ragazzotti americani. Ripetevano un paio di volte il loro nome, ma la mia scarsa attitudine all’accento d’oltreoceano non mi faceva capire una mazza: sono comunque i Jukebox the Ghost (ringrazio i tizi che han visto Green in Belgio e li hanno indicati come supporters, sennò avevo capito solo fantasmi)
Sono bravi, non sono il solito gruppetto indie rock (pur essendolo) ma hanno anche del mordente. Poi concludere con una cover dei New Order me li ha fatti apprezzare definitivamente e mi ha fatto venir voglia di cercare cose da loro prodotte.
Adam Green è un uomo emotivamente devastato. Fuori come una begonia dal vaso che sta fuori dal poggiolo. Ubriaco fradicio ma pur sempre vivo e presente tra di noi, con altre sei-sette lattine di quella finta birra verde che fa tanto festival musicale aperte lì mentre cantava. L’altra sera non è stato da meno se non fosse che stavolta i testi, pur sempre cazzoni, del nuovo Minor Love avevano il retrogusto amaro del suo recente divorzio.
Ma torniamo allo show, Adam Green si presenta con giacca di pelle, torso nudo e la panza di chi ormai vive con l’etanolo al posto del sangue. Ogni due minuti cerca di fare crowd surfing o stage diving (al Covo! al Covo!).
Il pubblico è entusiasta, il povero buttafuori che invece per l’occasione lo deve ripescare e rimettere sul palco un po’ meno. Biascica parole dove spesso si capisce solo lui, si incazza per il suono della chitarra acustica, alza le braccia al cielo ma non ce la fa a tenerle alte e si muove come un ballerino bolso come se fosse un talento tarantolato da talentshowmediaset. Meraviglioso. Come si fa a non ridere. E’ schizzato, si diverte, non gliene frega nulla. Si mette a limonare con la prima biondina capitata a tiro. Esce poi buttandosi sulla folla. Come si fa a non essere entusiasti? [sono anche molto entusiasta del mio posto spiaccicata al muro, alla luce di tutto ciò, ma è secondario]
La sua musica, per chi non la conoscesse ancora, spazia dal puro folk e anti-folk al rock rozzo stile Velvet Underground (a volte spudoratamente saccheggiati) alla psichedelia dei Doors passando per le atmosfere sognanti di Leonard Cohen. E trovo fantastico il modo in cui la sua voce da baritono, riesca a scandire con tanta serietà testi apparentemente folli e oltremodo divertenti. L’imprevedibile melodia di Drugs è pura gioia dal vivo, così come l’intrigante nonsense di Exp.1. Mentre Dance with Me mi coglie di sorpresa, risale al primo album Garfield, scritto quando aveva 20 anni: prodigio low-fi e primo sforzo solista post Moldy Peaches. Immancabile la ballata-sfottio Jessica Simpson, in cui si immagina che l’inutile artista pop sia una cameriera di un diner e che tanta notorietà gli ha regalato, tempi addietro.
La setlist è fotografata qui sopra.
















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